Filosofi Solidali

“l’attività estetica” di Susanna Fazzi

Vari filosofi hanno visto nell’attività estetica un valore conoscitivo che va oltre l’attività pratica e teoretica; già Aristotele (nella Poetica), rovesciando l’idea platonica dell’arte come imitazione della natura, quindi, come solo una copia dell’idea, e quindi da condannare e da allontanare dall’uomo; vede la funzione conoscitiva e positiva dell’arte, proprio perchè, imitando, riproducendo ciò che accade o potrebbe accadere si impara, si conosce, si osservano dei comportamenti da evitare o da imitare. Tra tutte le espressioni d’arte, Aristotele crede che la tragedia sia quella più elevata, a differenza di Platone, che credeva che alla vista di passioni violente si spingessero, s’incoraggiassero le persone a tali passioni. A. afferma la funzione purificatrice, educativa, catartica dell’arte, poichè ci fa conoscere dei modelli etici di uomo, ci rende consapevoli delle conseguenze dell’agire umano, dei difetti, delle passioni da evitare.Le moderne concezioni estetiche hanno inizio con la “Critica del giudizio” di Kant; per egli l’arte non è più imitazione, ma pura attività creativa. Arriva ad una vera e propria rivoluzione copernicana estetica affermando che il bello non è più qualcosa di oggettivo ed ontologico, ma è il sentimento che il soggetto riflette in sè attraverso la vista di un oggetto determinato, ciò che nasce dall’incontro fra noi e la cosa, mediante la nostra mente ( il soggetto, la mente può essere considerato il trascendentale dell’esperienza estetica). Per Kant, è bello ciò che piace senza necessità di contenuto, senza interesse, universalmente (la capacità di giudicare bello o brutto ce l’abbiamo a priori) e senza scopo. In questo modo, K. si è allontanato dall’estetiche empiristiche e da quelle razionalistiche. Legato al concetto di bello c’e il sublime: valore estetico causato dalla vista delle grandiose, smisurate manifestazioni della natura; di fronte ad esse proviamo terrore, paura, poichè non riusciamo a determinarle, sono dei contenuti di esperienza che le nostre forme pure a priori non riescono a contenere e così contemporaneamente avvertiamo la nostra piccolezza nei confronti della natura, ma anche la nostra grandiosità, superiorità, poichè possiamo sentire un sentimento infinito, il sentimento del sublime, possiamo vedere nelle forme finite quel sentimento infinito. Colui che dà forma e che cattura dentro una forma finita quel sentimento infinito è il genio, colui al quale la natura ha dettato le sue leggi per farle leggere a chiunque; grazie all’attività artistica del genio si riesce a riconoscere ciò che la natura è e non solo come si presenta, perchè attraverso il giudizio estetico vedo nell’oggetto le leggi che ho dentro di me.

Da Kant in poi si sviluppa la concezione romantica dell’arte come creatività e conoscenza che trova la sua massima espressione filosofica in Schelling; infatti l’idealismo di Schelling, per l’importanza data all’arte, è anche detto “estetico”, in quanto per lui l’arte è il vero organo della filosofia. Kant aveva visto nell’arte un possibile atteggiamento dell’uomo di fronte alla natura, mentre per Schelling assume un significato universale, in quanto invade luoghi come la morale, la politica, l’educazione, che Kant non avrebbe mai tollerato.

Riprende il genio di Kant, ma a differenza di quello, per Schelling è colui che conosce realmente, che ha il sapere assoluto dell’Assoluto, cioè ha coscienza di come la ragione opera, ha la conoscenza della realtà. L’arte diventa una sorta di ideale di vita, l’attività in cui, a differenza della filosofia teoretica e pratica, dove spirito e natura, conscio e inconscio sono separati, si armonizzano pienamente. L’arte diventa l’unico organo di rivelazione dell’Assoluto; essa, usando una famosa immagine di Schelling, apre all’uomo il santuario dove in eterna ed originaria unione brucia in una sola fiamma ciò che nella natura e nella storia è diviso. L’attività estetica si può paragonare a una natura creatrice che obbedisce alle leggi che essa stessa si dà: lo scopo dell’operare del genio è l’operare stesso, il genio è guidato da un’ispirazione profonda ed è consapevole ed inconsapevole al tempo stesso; in questo modo nell’attività estetica si riuniscono l’inconscio della natura, mediante la spontaneità dell’ispirazione e il conscio dello spirito, mediante l’elaborazione cosciente dell’ispirazione compiuta dall’artista. Con Schelling la teoria romantica dell’arte ha ottenuto la sua più profonda teorizzazione.

Invece, di diverso punto di vista è Schopenhauer, il quale riprende la concezione platonica del bello che rivela l’idea che si nasconde nel reale e l’arte diventa contemplazione attraverso cui l’uomo può liberarsi dalla volontà di vivere. L’arte, disse già Kant nella Critica del Giudizio, è pura contemplazione disinteressata, che, per Schopenhauer, produce piacere, il piacere dell’assenza di volontà: in quanto l’uomo si allontana dai suoi desideri, dai suoi bisogni. Nell’esperienza estetica il soggetto diventa il puro soggetto del conoscere, puro occhio del mondo, che osservando l’oggetto dimentica se stesso e il suo dolore. Per questo l’arte, come già per Aristotele, risulta catartica, liberatrice: l’uomo contempla la vita elevandosi al di sopra della volontà; l’arte ci libera dal dolore, facendoci puri oggetti contemplanti che non volendo, non soffrono. Per Schopenhauer la tragedia e la musica sono tra le arti più importanti, come per Aristotele; però, sotto un’ottica diversa: per Schopenhauer, osservando ci immedesimiamo, ci rendiamo conto che non siamo gli unici a soffrire, vediamo nella sofferenza degli altri una sofferenza simile alla nostra e proviamo consolazione: ci estraniamo dalla nostra volontà e contempliamo quella altrui, ci rendiamo consapevoli che tutti gli uomini soffrono. L’opera d’arte mostra all’uomo qual è la sua natura, il suo destino. La musica, essendo quella più lontana dal mondo fenomenico, quella che meno possiamo inquadrare nelle forme a priori di spazio e tempo, è quella più interna all’artista, quella che tocca maggiormente la volontà e che riesce a trasmettere di più i sentimenti dell’artista e quindi anche la sua sofferenza. La contemplazione artistica dura, però, poco; è solo un conforto, una liberazione momentanea, poichè appena distogliamo lo sguardo ricadiamo nel nostro dolore e capiamo che in realtà quel dolore che abbiamo osservato è uguale al nostro, che abbiamo osservato il nostro dolore e che facciamo parte di un dolore cosmico. L’arte quindi, per Schopenhauer, non permette una contemplazione permanente disinteressata del mondo, questa liberazione dal dolore potrà avvenire solo attraverso la fase ascetica. Anche Schopenhauer parla del genio, per Kant era colui che trascriveva le forme irrappresentabili della natura in forme rappresentabili, mentre per Schopenhauer il genio è colui che trasforma in forme rappresentabili la volontà (quando guardiamo un’opera d’arte vediamo in ciò la rappresentazione della nostra volontà), colui che s’innalza alla contemplazione delle idee ed è in grado di cogliere la perfezione del mondo.

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