Filosofi Solidali

Cinema e Filosofia: Blade Runner

Che cosa accomuna Blade Runner di Ridley Scott da una parte e Leopardi e Nietzsche dall’altra? Il richiamo al nulla, la consapevolezza che le cose vengono dal nulla e al nulla ritornano. Ma quale atteggiamento può assumere l’uomo di fronte a questa consapevolezza?

 

L’alternativa è qui tra Nietzsche e Leopardi.

Proviamo a leggere l’incipit di Verità e menzogna in senso extramorale di Nietzsche:

In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della “storia del mondo”: ma tutto ciò durò un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. – Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il comportamento dell’intelletto umano entro la natura. Vi furono eternità in cui esso non esisteva; quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole».

Abbiamo sottolineato le parole ed espressioni da cui emerge la consapevolezza del fugacità del tempo, del disparire del mondo, della nullità di ogni sforzo di conservazione, della vanità del sapere, eccetera.

Leggiamo ora la chiusa del Cantico del gallo silvestre di Leopardi:

“Tempo verrà che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta […] un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato e né inteso perderassi».

Anche in questo caso abbiamo sottolineato le parole ed espressioni che richiamano i temi della dottrina nichilista.

Notiamo altre analogie tra i due brani, in particolare: 1) entrambi gettano uno sguardo sul mondo dal momento della fine («c’era una volta un astro… »; «Tempo verrà che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta… »).
2) entrambi dichiarano l’impossibilità di elevarsi alla conoscenza («animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della “storia del mondo”; «questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato e né inteso perderassi»).

Ben diverso è però l’atteggiamento, il pathos con cui ci si sofferma a guardare lo spettacolo della nullità del mondo e con cui si prende atto dell’incomprensibilità dell’esistenza.

Lasciamo la parola a Sergio Givone che ha commentato questi passi in Storia del nulla, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 154: «A differenza che per Nietzsche, per Leopardi non è come se nulla fosse stato [“non sarà avvenuto nulla di notevole”]. Al contrario, è proprio il nulla in cui tutto finisce a preservare l’enigma. A salvaguardare l'”arcano mirabile e spaventoso”. Per l’appunto, “mirabile” e “spaventoso”, e non invece “misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario”».

Leopardi appare mostrare una via di superamento del nichilismo all’interno del nichilismo stesso. «Ultranichilista», lo chiama Givone (op. cit., p. 152).

Il “manifesto” dell’ontologia del nulla di Leopardi è il passo dello Zibaldone risalente al 18 luglio 1821: «In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in tal modo ec.».

La realtà appare così liberata dalle maglie della necessità dell’essere, disancorata dai principi di identità, di contraddizione, di ragion sufficiente, esposta invece al poter non essere o essere altrimenti. L’essere non è più l’essere necessario, ma dal nulla è convertito in libertà.

Di qui l’ambivalenza della poesia. Fonte di illusione e menzognera da un parte, ma sempre in rapporto con la verità, a misura che porta dentro di sé il nulla: nel momento in cui mente, la poesia «porta a consapevolezza la mistificazione universale, esibisce gli inganni cui sottostà tutto il vivente, dice la verità dell’apparenza. Suprema ironia della poesia: illudendo, mentendo, raggiunge la verità al di là della verità stessa. Ossia non là dove la verità è identica a se stessa, pura autotrasparenza del non essere di tutte le cose che sono, ma dove la verità è sempre altra da sé, figlia del divenire, della metamorfosi e insomma, come la poesia, del nulla» (S. Givone, op. cit., pp. 152-153). La poesia va così al di là della rigida opposizione tra mondo vero e mondo falso tipica del nichilismo.

La poesia appare come il luogo dove è salvaguardata l’enigma(ticità) dell’esistenza («questo arcano mirabile e spaventoso»), dove il reale appare fondato sul nulla e perciò liberato dalla necessità e convertito in libertà; il luogo in cui le cose appaiono tanto più degne di essere amate quanto più sono rivelate fragili, mortali, effimere, transeunti.

 

Riascoltiamo adesso il monologo del replicante Roy ormai morente alla fine di Blade Runner:
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi balenare nel buio vicino alle porte di TannhŠuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. E’ tempo di morire».

Anche qui uno sguardo si rivolge alla vita a partire dalla fine, dal momento della morte. Anche qui è presente la consapevolezza del disvanire di tutte le cose nel nulla.

Ma lo sguardo è quello di Nietzsche («quando per lui tutto sarà nuovamente finito, non sarà avvenuto nulla di notevole) o quello di Leopardi («Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato e né inteso perderassi»)?

A prima vista sembra prevalere la presa d’atto della vanità e inutilità della vita, i cui momenti vanno perduti e si dissolvono nel tempo, così come su un volto bagnato dalla pioggia le lacrime si confondono con le gocce d’acqua piovana e vanno disperse. Chi riesce più a distiguerle, chi mai può accorgersene, prendersene cura, raccoglierle, conservarle?

Il film potrebbe finire qui, ma Ridley Scott ci offre ancora uno sguardo sul nulla, quello del cacciatore di replicanti appena risparmiato da Roy.

Ecco il monologo di Rick Deckard:
«Io non so perché mi salvò la vita. Forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l’avesse mai amata. Non solo la sua vita: la vita di chiunque, la mia vita. Tutto ciò che volevano erano le stesse risposte che noi tutti vogliamo: da dove vengo, dove vado, quanto mi resta ancora. Non ho potuto far altro che restar lì e guardarlo morire».

Il film dunque non è finito: c’è ancora, come dire, il completamento del discorso di Roy affidato a Rick (e anche Rick, nella versione originale del regista, è un replicante): Rick completa il discorso di Roy, ci svela il segreto pensiero e sentire di Roy. – Si tratta della stessa lezione leopardiana: è sullo sfondo del nulla che la vita conserva il suo arcano, ed è proprio di fronte alla possibilità della propria nullificazione che la vita diventa cosa preziosa, degna di rispetto, cura, amore.

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