Filosofi Solidali

Fedi et Ragione. Come non cadere nei due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione…

Titolo: Fedi et Ragione

Sottotitolo: Come non cadere nei due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione… ovvero: discussione a tre sull’evoluzione del rapporto fede-ragione, religione-scienza per giungere ad affermare che una razionale fiducia nella ragione umana deve saperne riconoscere i limiti, ammettere la possibilità che qualcosa può sfuggire e che non tutto si esaurisce al livello delle nostre conoscenze….oltre vi è solo l’infinito..

Io: Benvenuti alla presentazione dell’ultimo libro dei fratelli Guglielmo e Bruno Tommasi che analizza e approfondisce il tanto discusso problema del rapporto che intercorre tra fedi e ragione; discuteremo insieme ai due scrittori alcuni punti particolarmente interessanti riguardanti l’evoluzione di questo rapporto.
Prima di dar loro la parola vorrei citare proprio l’inizio del libro che ne definisce in modo molto forte un particolare aspetto: “C’è una parola che va molto di moda da qualche tempo, che è “ossimoro”. Deriva dal greco oxymoros, ed è composta da oxùs, acuto e moròs, stupido: come dire capra con cavoli, cioè accostare due termini che non c’entrano l’uno con l’altro, o meglio che sono agli antipodi. Mi pare che parlare di “fede e ragione” sia uno dei tanti ossimori più ricorrenti.”

Ecco, discutiamo insieme del perchè di questa affermazione, del perchè “fede e ragione” si possa definire un ossimoro.

Bruno: Occorre fare un salto indietro nel tempo, tornare ai tormentosi anni del 1400-1500 per poter incontrare, in questo modo, quelle prime idee di rinnovamento, di riscoperta su cui era nato e si fondava il sapere filosofico e scientifico occidentale; si scrivono trattati di filosofia della natura in polemica con le dottrine della Chiesa (e quindi spesso messi all’indice dalla “Santa Inquisizione”) poichè ribadiscono la posizione di totale autonomia della ragione, della conoscenza, chiarendo come questa possa indagare, giungere alla verità, formulare dei proprio principi senza fare ricorso a leve teologiche, mistiche o mitologiche.
Ma forse siamo partiti un pò troppo velocemente, preferirei analizzare questo problema, questa antica battaglia dalle tante sfaccettature, partendo dalla filosofia medievale che ha fatto proprio di quesa battaglia, il suo problema di fondo: la Scolastica.

Io: Certamente, condivido la tua decisione, procedendo in questo modo, infatti, è più facile comprendere la complessa evoluzione compiuta da questo rapporto, e come si è poi giunti alla vostra definizione di ossimoro.

Bruno: Inizialmente tra questi due termini “fede” e “ragione” vi era un rapporto di connessione, di armonia, che li poneva entrambi sullo stesso piano. Nel libro non posso
fare a meno di citare la frase simbolo di sant’Agostino, vescovo di Ippona, crede ut intelligas et intellige ut credas: credi per capire e capisci per credere, sta a significare che per trovare la verità (cioè per capire) è necessaria la fede (credere appunto), ma al tempo stesso per avere una fede consapevole è necessario l’uso dell’intelletto; fede e ragione, quindi, sono l’una il completamento dell’altra. Questa connessione non si limita qui, ma inquadra anche un aspetto del rapporto tra l’uomo, Dio e la ricerca della verità: l’uomo cerca e trova dentro di sè Dio e la verità, ed è capace di far questo perchè Dio ha dato lui le capacità….per Agostino, inoltre, la ragione non cerca la “verità” in quanto tale, ma piuttosto cerca di spiegare la verità cristiana, le questioni, le problematiche inerenti alla fede, è quasi autorizzata a fare di questa un’apologia….

Guglielmo: Certamente questa definizione è in forte contrasto con l’incipit del nostro libro, ma siamo soltanto agli inizi della nostra discussione.
Seguendo il corso della storia, infatti, nonostante l’accordo di base tra fede e ragione sia sempre presente, questi termini non restano sullo stesso piano, talvolta l’uno acquista una certa supremazia sull’altro: la frase crede ut intelligas et intellige ut credas, viene divisa a metà e considerata separatamente.
Crede ut intelligas evidenzia una precedenza della fede rispetto alla ragione: non si può capire se non si ha fede; tuttavia essa deve essere dimostrata e confermata con motivi razionali; al contrario Intellige ut credas mette in evidenza l’importanza e la necessità dell’uso dell’intelletto, della ragione che ha il compito di contribuire alla conoscenza, di integrare verità di fede che sono date e sono solo da accettare. Infatti, occorre conoscere ed aver ben chiaro ciò in cui si crede; questo è molto importante: dopotutto se non si potesse discutere nemmeno di ciò che si deve o non si deve credere, non avrebbe nessuna differenza credere il vero o, allo stesso modo, credere il falso.

Bruno: Vorrei proprio sottolineare l’espressione “contribuire”: infatti usando solamente l’intelletto, si corre il rischio di sbagliare, e non si riesce a raggiungere la divinità; occorre l’aiuto, la guida della rivelazione divina; ma attenzione: questa volta la subordinazione della ragione alla fede è solo apparente, infatti fede e ragione, pur restando in armonia, sono distinte tra loro; la fede non annulla nè rende inutile la ragione, ma, al contrario, la perfeziona….e d’altra parte la ragione, pur non potendo dimostrare ciò che appartiene al campo della fede, le può essere utile cercando di rendere più facilmente comprensibili i suoi dogmi, i suoi misteri mediante metafore, similitudini, analogie, respingendo le obiezioni ad essa rivolte e dimostrando che sono false o che non hanno forza dimostrativa.

Io: Ed è molto importante, a mio avviso, sottolineare un punto chiave che emerge da questo rapporto, ovvero che, nonostante l’essenzialità di questo accordo di base, talvolta fede e ragione potrebbero trovarsi in contrapposizione: in questo caso occorre mettere in discussione la ragione e basarsi sulla sola fede. Tuttavia, come fate più volte notare nel vostro libro, questo contrasto non ha motivo di esistere, poichè la ragione e la fede hanno la stessa natura, cioè derivano entrambe dall’illuminazione divina.
Fede e ragione non possono essere in contraddizione: la fede ha dei propri principi che sono veri e così pure la ragione ha dei propri principi veri, e sarebbe impensabile credere il contrario, dal momento che Dio stesso è l’autore della natura umana. Se per un attimo decidessimo di ritenere possibile questo disaccordo, ciò implicherebbe immaginare che Dio abbia volutamente ingannato l’uomo dotandolo di una capacità, la ragione appunto, apparentemente forte e veritiera, ma in realtà ingannevole e debole, ed è impossibile pensare che Dio possa essere a tal punto malevolo verso le sue creature, da impedire loro di conoscere la verità.

Guglielmo: Grazie per l’intervento, molto chiaro, sintetico e preciso. E’ importante, inoltre, sottolineare che nel Medioevo la filosofia era considerata “ancilla theologiae”, cioè una forma di conoscenza al servizio del pensiero teologico. Ora, è vero che alcuni filosofi cristiani hanno provato a discutere razionalmente il problema dell’esistenza di Dio, ma la priorità teo-logica su quella onto-logica non può mai essere messa in discussione. Non può esserlo innanzitutto per una questione di mentalità. Dio è parte della configurazione del mondo, e nulla è pensabile senza il suo concetto. Poco importa l’evidente contraddizione a cui si va incontro nel voler dimostrare con la ragione l’esistenza di un ente per definizione indimostrabile, come lo è Dio: sia perché trascende la ragione, sia perché si vorrebbe comprendere qualcosa di infinito in qualcosa di finito.

Bruno: Quella tra fede e ragione, come abbiamo detto, è una battaglia dalle tante sfaccettature: dalla complicità iniziale tra i due termini, si passa alla loro indipendenza, e piano, piano alla loro definitiva separazione; una volta liberata la ragione dalle restrizioni della fede, essa acquista spazi molto maggiori per agire nell’autonomia più assoluta. La teologia  (fede) e la filosofia (ragione) operano, infatti, in ambiti profondamente differenti: le verità di fede sono dogmi che hanno un esclusivo valore etico-pratico finalizzato alla salvezza dell’uomo, nulla a che vedere con la scienza; e questo si dimostra essere di fondamentale importanza: proprio lasciando la ragione libera di agire e di spaziare nel campo dell’esperienza, si giunge alle premesse della rivoluzione scientifica. Ormai la ragione si dichiara incapace di indagare il mistero di Dio, incapace di sviluppare un concetto di Dio, afferma di essere consapevolmente ignorante: Dio è infinito, quindi tutto ciò che affermiamo su di lui non è più vero di ciò che di lui neghiamo; non possiamo né dire che lui è, né che lui non è. Non possiamo dire nulla di fronte a questo termine. La conoscenza razionale, infatti, è proporzione, rapporto finito tra noto e ignoto. Dio però resterà sempre ignoto perchè infinito: potremmo conoscere la vera essenza di Dio soltanto se fosse possibile osservarlo da un’infinità di punti di vista, cosa che però risulta impossibile.

Io: Non posso fare a meno di ricordare due esempi molto significativi, citati nel vostro libro, che chiariscono in modo estremamente semplice, ma immediato quest’ultimo punto appena preso in esame; l’incapacità dell’uomo di non riuscire a cogliere Dio nel suo insieme è un po’ come considerare metaforicamente Dio, una sfera: da qualsiasi punto di vista la osserviamo, abbiamo una corretta visuale, ma non completa; per avere una visuale totale bisognerebbe guardarla da infiniti punti di vista, ma questo non è fattibile per le capacità umane. L’uomo, quindi, è come un cacciatore sempre in cerca di una preda sfuggente, perchè la sua mente, se da una parte può concepire Dio come perfezione assoluta, dall’altra è del tutto incapace di riempire di contenuti quest’idea di perfezione.

Guglielmo: Ma tornando al tramonto del Medioevo, non appena la ricerca dell’archè, dei principi, cioè, che reggono la realtà, si sposta dall’ambito divino a quello terreno, dal cielo alla terra, da Dio alla natura che viene finalmente indagata “iuxta propria principia” quando cioè la “mentalità” medievale viene messa in discussione nelle sue fondamenta, ecco che l’atteggiamento inquisitorio della chiesa (organo di gestione della fede) si fa anch’esso decisamente più materiale: Giordano Bruno è mandato al rogo, Galileo viene inquisito, libri e teorie messi all’indice. L’uomo, indagando la natura, scopre che è retta da un odine e lui è parte di quest’ordine, non è più un viandante in un mondo che invecchia, ma un essere creato da Dio in funzione di se stesso, che ha fede nelle sue capacità, nella potenza della ragione, nell’esperienza, in grado di parlare del mondo in maniera differente. La battaglia della ragione sarà molto dura, ma alla fine riuscirà ad averla vinta e, progressivamente, a conquistare tutti i territori, dal cielo alla terra, dalla terra alla natura, fino ai viventi e persino dentro la mente umana e i segreti della psiche. Naturalmente questa autonomia è in conflitto con tutte le credenze di fede, che secondo la ragione non possono non contenere elementi di irrazionalità e di superstizione.
Con questo, non voglio certo dire che la sfera umana sia riducibile alla sua ragione, così come la ragione non è nemmeno riducibile alla scienza; quel che però è certo è che tra fede e ragione c’è una contrapposizione: la ragione ammette la pluralità di spiegazioni, è finita, relativa, erra per costituzione, e dunque tende a correggersi, a ravvedersi, a mettersi in discussione poiché nella sua essenza è logos, discorso, discussione, controllabile; mentre la fede è per definizione una, assoluta, indiscutibile, gerarchica, non verificabile e soprattutto non vuole essere discussa e criticata dalla ragione.

Bruno: Vorrei approfondire brevemente ciò che deriva dall’autonomia della ragione rispetto alle credenze religiose. L’uomo abbandona la pretesa di conoscere razionalmente il Dio trascendente, al di fuori del mondo, al quale si può giungere solo attravarso la fede, per ritrovarlo dentro il mondo: Dio e ritrovato nella natura, esplicato in un molteplice di singole cose, e tutte queste cose sono contenute in Dio; la fede nel Dio della ragione, significa concepire Dio come ciò che lui stesso ha creato, come legge dentro la natura, che mantiene l’ordine nella natura stessa. E nasce anche una relazione tra scienza e religione. Ci dicono continuamente che la scienza è la forma più affidabile di conoscenza, che abbiamo sul mondo, perché si basa su ipotesi verificabili; al contrario, la religione si basa sulla fede. Tuttavia anche la scienza ha un proprio sistema di credenze basato sulla fede. Ogni scienza si basa sul presupposto che la natura ha un ordine razionale e conoscibile. Uno non potrebbe essere scienziato se credesse che l’universo è un insieme di cose sovrapposte a caso. Quando si analizza la struttura della natura, del cielo c’è sempre la speranza di incontrare un ordine matematico: la legge di gravità, le leggi di moto…. e finora questa fede si è mostrata giustificata.

Io: In che senso utilizzate la parola fede?

Bruno: Fede nel senso che, nonostante si è certi dell’esistenza di queste leggi che mantengono l’ordine nel mondo, non si è assolutamente in grado di rispondere alle domande “da dove derivano quelle leggi”? E perché hanno la forma che hanno?”. E’ necessario, ad esempio, avere fede sul fatto che l’universo è retto da leggi matematiche certe, immutabili, assolute, e universali di origine sconosciuta. Bisogna credere che quelle leggi non falliranno, che domattina svegliandoci non troveremo che il calore fluisce dalle cose fredde a quelle calde, né che la velocità della luce cambia ogni ora. La scienza, quindi, si fonda sulla “fede”, ovvero sulla credenza che esista qualcosa di esterno all’universo e che non si spiega con la ragione.

Io: Sembra quasi una burla della scienza la tesi per cui l’esistenza delle leggi non può essere spiegata razionalmente! Tuttavia, prima che il tempo a nostra disposizione si esaurisca, mi piacerebbe molto ritornare sulla definizione iniziale da voi data sul rapporto di forte contraddizione tra fede e ragione. Come mai lo definite un ossimoro?

Guglielmo: Ossimoro in quanto presenza di totale incompatibilità nei due termini, fede e ragione: in questa definizione avevamo deciso di prendere in analisi il rapporto tra le ragione e la fede religiosa. In questo senso la fede e la ragione non possono che essere in contrapposizione: se la ragione cerca di spiegare la fede, cade inevitabilmente nel paradosso, nel puro scandalo. Per la ragione è inaccettabile, è scandalosa la fede in un uomo che è insieme Dio, in un Dio che sacrifica il proprio Figlio su una croce, in un individuo storico, ma che va oltre la storia e che possiede addirittura dei poteri paranormali; come per la ragione è incomprensibile la “familiarità” del rapporto che intercorre tra l’uomo e Dio: Dio è trascendente e questo implica una distanza incolmabile tra Lui e l’uomo, distanza voluta dalla natura dell’uomo stesso condannata inevitabilmente a peccare. La Fede, quindi, è credere nell’assurdità, nell’irrazionale, credere alle parole di un folle, senza discussioni, senza spiegazioni, senza dimostrazioni, senza giustificazioni perchè tutto supera le capacità umane di comprensione, è un salto nell’irrazionalità dove l’uomo decide di abbandonarsi in un rapporto in cui è solo con Dio.

Io: Grazie per la spiegazione, decisamente un punto di vista da prendere in considerazione. Ma per concludere vorrei domandarvi una curiosità, ovvero se secondo voi, la ragione potrà mai pretendere di liquidare in poche battute una cosa così complessa e diffusa come le religioni, le fedi, gli dei, le credenze.

Bruno: L’uomo è finito, destinato per sua natura ad essere considerato solamente un misero puntino nella grande clessidra del Tempo; a lui non è data la possibilità di poter conoscere tutto, non è data la possibilità di poter superare quei limiti che la stessa ragione gli impone, anche se non smette mai di cercare di andare oltre: l’uomo, fortunatamente o meno, non è fatto di sola ragione, e per questo motivo ha sempre posto un’entita superiore che vada al di là dei suoi limiti conoscitivi, capace di garantire un punto di riferimento con cui mettere in ordine il mondo, un punto di riferimento morale, una certezza, una speranza. Senza quest’azione illusoria e consolatoria,  l’uomo sarebbe perso, smarrito, disorientato, la sua vita sartebbe caotica, priva di senso. Nessuno può dimostrare che quest’entità, questa forza, questo “Dio” esiste, ma conviene vivere come se lo fosse, ognuno poi è libero o meno di crederci, è questione di buon senso. Non costa nulla condurre una vita moralmente corretta: anche se non hai fede, avrai una vita serena, senza rimpianti, in pace son te stesso; se in più hai fede, guadagnerai il premio della salvazione e della felicità eterna…..

Io: Grazie, ancora grazie per questa discussione davvero interessante insieme a due scrittori così giovani; e, allo stesso modo, non posso fare a meno di consigliare con tutto il cuore la lettura di questo libro che analizza il rapporto Fedi e Ragione, ricco di passaggi decisamente chiarificatrici, brillanti e talvolta controversi che sicuramente sapranno destare la curiosità del grande pubblico.

7 commenti

  1. ..ma che bel dialogo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. bello davvero! però non ho capito una cosa… perche Fede e Ragione sono un ossimoro?? 🙂

  3. ..beh..quando ho detto ossimoro facevo riferimento al rapporto tra la ragione e la fede religiosa..in questo senso, infatti, i due termini non possono che essere in contraddizione…
    perchè??
    perchè la Fede è come dire, credere e accettare definitivamente, senza discutere, quel che si ha di fronte, anche se è qualcosa di incomprensibile, di indimostrabile, di apparentemente assurdo e irrazionale, bendandosi gli occhi; ragione, invece, è indagare con la propria testa e a occhi ben spalancati le cose, cercandone la causa, il senso, il significato. Sono atteggiamenti che si escludono a vicenda: o si crede o si ragiona. Quando si crede non si ragiona e viceversa. Credere significa chiudere gli occhi della ragione, ragionare significa non fidarsi, sospettare che dietro qualcosa si nasconda qualcos’altro, la ragione è continuamente in dubbio, ha continuamente bisogno di prove e dimostrazioni..
    La ragione non può credere nell’esistenza di Dio, così come la religione non può essere costretta a rinunciare ai propri dogmi. Il fatto che, come vuole la religione, ragione e fede non possono che andare d’accordo poiché provengono entrambe da Dio e sono soltanto gli uomini che le mettono in contrasto tra loro, non ha alcun significato per la ragione…..

  4. Brava! E’ stato un piacere seguire l a tua intervista-discussione con i “due giovani autori”. E’ articolata, ricca di prospettiva e di ragionamento, e aiuta a far chiarezza. Mi auguro che finisca sotto gli occhi di molti studenti del quarto anno di liceo, che ne trarranno beneficio. Mi è rimasta però qualche incertezza sul passaggio in cui Bruno argomenta la convenienza della fede. Potresti chiedergli un chiarimento sulla relazione tra vita moralmente corretta e fede?

  5. ..forse non ci sono riuscita tanto bene, ma volevo fare un riferimento a Pascal e alla sua scommessa su Dio….la ragione non può provare di per sè l’esistenza di Dio (e tutte le dimostrazioni razionali sono inutili e astratte, perchè hanno il limite di giungere ad in “Dio dei filosofi” che è molto lontano dall’uomo) , ma non può dire neppure che Dio non esiste: e quindi?? Quindi l’uomo può scegliere di vivere come se Dio ci fosse o come se Dio non ci fosse…e dato che la ragione non lo può aiutare in questa scelta, allora tanto vale considerare la più conveniente, ovvero la prima, poichè come ricompensa si potrebbe ottenere la vita eterna….se poi veniamo a scoprire che in realtà Dio non esiste, avremo almeno condotto una vita piacevole e moralmente corretta e quindi ottenuto un guadagno temporale…… =)

  6. …non è che sarei molto contento di un guadagno temporale…anzi sarei proprio angosciato al pensiero di non poter avere una fine certa e ineludibile…

  7. Mi aveva subito colpito questa espressione, salvo trovare il tempo di metterla a fuoco :“Sembra quasi una burla della scienza la tesi per cui l’esistenza delle leggi non può essere spiegata razionalmente” così come, aggiungerei, sembra una burla della Filosofia, cercare il sapere (Sofia) sapendo di non poterlo mai cogliere compiutamente (e quindi essere destinati al “filo”).
    Essere scienziati, sembra dire qualcuno, è prima di tutto essere umani: essere consapevoli delle proprie capacità (cioè che esistono leggi e facoltà che le rendono conoscibili), ma anche dei propri limiti (che queste leggi descriveranno sempre una parte della realtà, mai tutta, e sempre da un punto di vista umano, mai extraumano, o oggettivo) e che questi limiti sono però l’occasione per continuare a cercare.
    La filosofia, come la scienza (o per dirla con Galileo la filosofia della natura) è dunque prima di tutto un atteggiamento e un metodo e in questo, formalmente, capisco le ragioni di Pascal. Se tra i due estremi ci sono i dogmi (della ragione e di una certa scienza), a confine e schiacciata tra le pretese dei dogmi c’è la filosofia che indica una strada, un percorso, il cui fine è appena percettibile, ma il cui metodo ricorda la giusta condotta (conoscitiva, in questo caso e non morale, ma se parla di condotta le due cose non sono molto diverse) da tenere per rispettare il nostro ruolo e la nostra natura di esseri imperfetti (tanto più che la stessa idea di perfezione ci è oscura, se non appunto umana). La scienza dunque indica una “fede”, una credenza da seguire: non possiamo sapere se la nostra Ragione (con la R maiuscola, perché prende qui il posto di Dio) può conoscere il tutto, e nemmeno se ciò che conosce è solo illusione. Allora tanto vale scommettere sulle sue capacità (dandogli fede, appunto): il premo saranno comunque i risultati (visibili) di questa credenza e, soprattutto, una condotta nei confronti del Mondo umana e quindi rispettosa della nostra natura (e, quindi, per definizione, felice).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *