Filosofi Solidali

Dialogo tra due amiche, A amante della filosofia e B fervente cattolica

Dialogo tra due amiche, A amante della filosofia e B fervente cattolica

A: Sai, lo studio della filosofia non mi fa più dormire la notte.

B: Ma che dici?

A: Hai ragione, scusa l’iperbole. Diciamo che ho dei dubbi: non riesco a capire come si possano trarre delle conclusioni e dichiarare leggi necessarie osservando un qualunque fenomeno, quando io direi semplicemente che esse sono opinioni e punti di vista del filosofo di turno. Prendiamo un concetto a caso, l’infinito. Aristotele vede il mondo come gli si presenta e lo dichiara finito come fosse una conclusione necessaria; finito perché finitezza è sinonimo di perfezione e compiutezza, mentre l’infinità descrive qualcosa di imperfetto ed incompiuto. Adesso ho incontrato i filosofi della Scolastica e mi sono accorta che tutti dichiarano che Dio è infinito, tranne Ockham per il quale Egli è completamente inconoscibile, ma come anche Duns Scoto che pur non dimostrandone l’esistenza lo chiama aliquid infinitum. Il concetto di infinito si è rivoluzionato a tal punto da indicare la perfezione della Causa Prima, giustificandone la trascendenza, colmando la nostra incapacità di cogliere l’Essere Supremo, di cui si elimina inizio e fine contrapponendolo alla finitezza del nostro intelletto. Chi ci garantisce poi che la nostra ragione sia veramente finita? Il fatto che il suo agire ha come oggetto gli enti finiti del mondo? E’ sufficiente questa considerazione per negarle l’infinità? Eppure riesce a spingersi in territori oscuri e inesplorati, permette una conoscenza forse di infinita potenza e riesce a concepire l’infinito, per il solo fatto che questa parola esista. Ecco, io credo che ci siano dei vizi concettuali di fondo… Non fraintendermi, non parlo di errori logici, ma di una sorta di incapacità di arrivare all’origine, alla giustificazione di ogni concetto che la nostra mente può concepire o di ogni ente che troviamo nel mondo.

B: Spiegati meglio, non capisco dove vuoi arrivare… Io sono cattolica, lo sai, e mi sembrano ridicole queste speculazioni filosofiche, semplicemente perché io in quest’origine che tu non riesci a cogliere, nel perché della presenza degli enti nel mondo e dei concetti nella nostra mente, io vedo semplicemente Dio.

A: Non so neppure io dove voglio arrivare… E ti dirò, forse tu hai capito più di me. La tua risposta al mio quesito non è Dio, ma fede.

B: No, la fede non è la stessa cosa di Dio. La fede è l’atto del credere, del confidare, dello sperare in Dio, che è anteriore alla fede, la quale ne permette la scoperta.

A: Dunque noi mortali incontriamo prima la fede che Dio, benché ontologicamente Egli sia precedente.

B: Giusto.

A: Bene, mi sto convincendo del fatto che la fede di cui vai parlando sia la soluzione. Poi, che essa possa portare al tuo Dio, ad Allah, alla natura o alle divinità mitologiche, questo non è un problema. Anzi, se ti dicessi che può portare anche al credere che non esista un dio, che esista solo la ragione o solo il mondo sensibile oppure solo i concetti nel nostro intelletto, o persino che esso non esista?

B: Impossibile. Non puoi confondere la fede in Dio con i discorsi della ragione, così come la religione con la scienza. Sono due campi separati in cui i presupposti, le regole ed il fine sono diversi… Pensa solo alla definizione di fede: credere in concetti in base alla sola convinzione personale o ad una autorità, senza la necessaria esistenza di prove a favore di queste idee.

A: Sono due le parole del tuo discorso su cui vorrei soffermarmi. Primo, parli di convinzione personale, e questo porta a pensare ad un’unica fede che si specializzi in diverse maniere. Secondo, parli di presupposti diversi tra scienza e religione. Ti dimostro subito che queste ultime necessitano del medesimo punto di partenza, anzi, lo stesso vale persino per la filosofia, che possiamo intendere come scienza. Ogni disciplina razionale ha bisogno di assiomi di partenza, questo è ciò che sostengo alla luce dello studio della Scolastica, periodo in cui si fece acceso il dibattito circa il contrasto o l’armonia tra fede e ragione. Pensa alla matematica, rifletti sui suoi assiomi che forse già alla scuola elementare ti hanno fatto imparare come verità assolute. Come oggetto di fede. Due rette parallele non si incontrano mai. E’ vero? Potrò mai verificarlo? Io direi che forse due rette parallele non si incontrano mai. La matematica ne è certa. Altro esempio. La filosofia studia i perché dell’universo, la scienza il come; entrambe rivolgono il proprio sguardo verso il mondo sensibile e traggono le proprie conclusioni. Ma è certo che questo mondo esista davvero? E’ così ovvio che esistano delle cause prime da ricercare e delle leggi necessarie e immutabili da scovare? Io credo che persino la scienza dunque si fondi sulla fede. Una fede che ha un oggetto diverso da quella di un cattolico come te, ma sempre una credenza, che decide i presupposti di un’indagine. Si confida sempre in qualcosa in base al quale la nostra ragione possa lavorare. La fede è una volontà che dirige la ragione in una direzione più che in un’altra, è una forza che definisce dei limiti, fissa il punto di partenza e determina i confini entro i quali deve rimanere la nostra indagine, che rivela la sua impossibilità di essere del tutto libera, a causa dei vincoli alla quale è sottoposta.

B: Il tuo ragionamento non mi convince. Ti ripeto che la fede non entra nel campo della ragione… Se interagissero come tu ritieni, potrebbero entrare a tal punto in collisione da poter dire: ho fede nella ragione.

A: Giusto, giustissimo. Non cadiamo in contraddizione: è certo che si possa aver fiducia nella ragione, credere in essa. Il maggior razionalista diventa così chi ha più fede, naturalmente nella ragione, cioè nel ramo in cui egli si muove. Per affidarsi completamente ad essa, deve attribuirle la capacità assoluta di poter conoscere gli aspetti del mondo, di poter cogliere i perché della natura. Bisogna credere in primis che il mondo sensibile esista, sia intelligibile, sia regolato da leggi comprensibili. In più, dobbiamo ipotizzare che la ragione possa interagire con questo mondo, cogliere l’essere degli enti, elaborare i concetti assimilati per sintetizzarne altri, ma è necessario che anche la struttura del linguaggio, come quella del pensiero, sia logica e capace di rispecchiare la realtà nelle conclusioni a cui la ragione perviene. Nella disputa sugli universali della Scolastica, per aver fede nella ragione bisogna aderire alla corrente del realismo, la cui corrispondenza tra pensiero, linguaggio e realtà permette di far filosofia, contro il nominalismo che porta ad uno scontro tra pensiero e realtà. Comunque, gli assiomi e i prerequisiti sono molti, ma ciò non intacca la necessità della fede persino nella ragione. Io direi che non si può non avere fede, se essa è l’insieme delle ipotesi che permettono di condurre una qualunque indagine.

B: Caspita, nell’ambito del tuo ragionamento riesco a ritrovare anche la mia personale situazione. Posso considerare Dio e i dogmi che lo riguardano e me lo rendono conoscibile come le mie ipotesi, i paletti della mia indagine. Da esse sono indirizzate la mia volontà e la mia conoscenza e con esse il confronto è costante. Ma perché la necessità di questi prerequisiti? Io da buon cristiano lo capisco senza difficoltà, ma tu, ateo, che rifiuti la fede in Dio, come puoi dire che essa è necessaria?

A: Vedi, la fede è una come la ragione. La tua fede religiosa è solo una determinazione, una specificazione della fede che può essere rapportata ad ogni ente finito o se preferisci anche al trascendentale. Ma parlo di trascendenza, ineffabilità… Necessitiamo di usufruire in qualche modo della fede forse perché esiste davvero qualcosa di metafisico da cui dobbiamo derivare l’inizio di ogni nostro agire mentale ma di cui con la ragione non possiamo lambire i confini. Che cosa sia non so, ma probabilmente deve esistere. Sbagli nel tuo discorso a dire che Dio e i dogmi sono ciò che la tua fede ti mostra: essa ti comunica i dogmi, le tue ipotesi, che derivano da Dio, il trascendente. Probabilmente la ragione, che nella mia riflessione iniziale non sapevo dire se fosse infinita o meno, è finita; ma anche la fede forse è finita, nonostante abbia un diverso campo d’azione, che arriva vicino alla Causa Prima per illustrarci l’aspetto che ognuno vuole cogliere del perché del mondo e della verità; l’unica cosa diversa, in quale senso non saprei dirti, è questo trascendente di cui andiamo parlando e verso cui tutto deve guardare.

B: Bene, seguendo il tuo ragionamento ho colto una conseguenza. Questa necessità della fede porta ad una piena giustificazione della religione. C’è chi dice che essa pretende di avere il monopolio della verità assoluta, ma a questo punto direi che la religione è la visione della parte di verità che compete al tipo di fede in questione, la fede cattolica. E’ al pari di ogni altra scienza con i suoi limiti e le sue pretese.

A: Beh, una delle conclusioni del nostro ragionamento è senz’altro questa, che scienza e religione sono parimenti dignitose e veritiere… Sarà antifilosofico, ma invece ti dico che dobbiamo ricominciare dal principio…

B: E perché mai?

A: Chissà di quanti errori logico-concettuali è intriso il nostro discorso, per averci portato ad una conclusione del genere… D’altra parte, non posso certo rinunciare al piacere di insultarti per la tua creduloneria!

B: Ed io che ho perso tutto il mio tempo ad ascoltarti!

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