Filosofi Solidali

Introduzione al “Breviario”

In questa categoria pubblico, un po’ alla volta, gli articoli apparsi sul breviario. Inizio con l’introduzione e le mie voci, ma se tra gli autori delle singole voci qualcuno vuole essere pubblicato non ha che da dirmelo e sarò felice di farlo.

Introduzione

«Correttamente o in maniera errata,  superficialmente o profondamente, indirettamente o con precisa deliberazione, un uomo che pensa fa anche della filosofia. » (K. Jaspers)


«Il principale interesse della filosofia è mettere in questione comprendere idee assolutamente comuni che tutti noi impieghiamo ogni giorno senza pensarci sopra.» (T. Nagel)

“Allora sei un filosofo!”. Chiunque si sia occupato di filosofia per studi o per passione si è sentito apostrofare così, e almeno una volta avrà dovuto rispondere alla domanda “qual è il tuo filosofo preferito?”. Nel migliore dei casi, si è trovato a raccontare delle stranezze dei filosofi del passato e quindi di chi andava in giro a piedi scalzi a dichiarare di non sapere o di chi camminando con la testa fra le nuvole finiva per cadere in un pozzo. Aneddoti simpatici, certo, ma che, giustamente, finiscono nel momento stesso in cui vengono narrati.

Con questo lavoro abbiamo cercato di rispondere a questi modi di approcciarsi alla riflessione filosofica.

La prima affermazione è la più difficile da discutere, infatti essa contiene in sé l’idea che chi si interessa di filosofia diventa automaticamente un “filosofo”. Di conseguenza come naturale risvolto della medaglia,  chi non si occupa di filosofia automaticamente non è filosofo.

A parte la falsità di tale convinzione, vera sarebbe piuttosto l’ affermazione che inverte antecedente e conseguente “chi non è filosofo non si occupa di filosofia”. Questa nasconde un diffuso atteggiamento comune secondo cui il filosofo è qualcuno che vive un mondo a parte, ed è egli stesso un individuo “a parte”.

In questo la scuola ha certamente le sue colpe, proponendo la storia della filosofia come una carrellata in sequenza cronologica di bizzarri personaggi, che svolgono un mestiere al quale non tutti possono accedere. E’ doveroso sottolineare che quello del filosofo non è un mestiere, non è un albo di professionisti (al quale oltretutto non si saprebbe come iscriversi), ma solo l’atteggiamento di chi si interroga su di sé, sul modo di pensare e vedere la propria realtà, che è quello che in maniera più o meno consapevole facciamo tutti in ogni momento.

Così interpretata la filosofia non è l’attività stralunata di un élite, bensì l’inevitabile pratica quotidiana cui nessuno può sottrarsi. Se questa affermazione sembra confutabile, basta la ricostruzione di una giornata tipo per riconoscerle fondamento. Lavorando in media otto ore al giorno, spendendone altre tre quattro a tavola, facendo altro per altrettante ore, e dormendo mediamente otto ore, c’è una cosa che non smettiamo mai di fare per tutte le ventiquattro ore: pensare, da svegli e sotto forma di sogni da dormienti. Quindi prima di essere operai, insegnanti, studenti o divi del cinema, siamo tutti, senza retorica alcuna, pensatori. Filosofia non quindi un mestiere bensì il connotato essenziale di ogni attività umana.

Per quanto riguarda la domanda circa il filosofo preferito, la tentazione spesso è di rispondere che i filosofi non sono cantanti né attori o comunque scrittori di successo di cui si contempla un particolare lavoro. Il filosofo preferito è piuttosto quello che, in un determinato momento della nostra esperienza risponde o semplicemente si interroga su problemi che anche noi ci stiamo ponendo, e che perciò sentiamo a noi più affine. Il filosofo preferito diventa dunque colui il quale può accompagnare la nostra vita senza la pretesa di insegnarci nulla, perché alla filosofia più che le risposte interessano le domande.  Il filosofo preferito è colui che continuamente mette in discussione la realtà che ci circonda interrogandosi sempre se il proprio modo di pensare o agire sia il migliore o l’unico possibile.

Anche in questo caso una certa colpa ce l’ha ancora la scuola, almeno per  coloro che la filosofia là l’hanno studiata, abituante essa com’è a proporre i filosofi, e non le idee, al centro degli obiettivi dello studio di un corso.

L’ultima questione, quella delle “stranezze” è la più folcloristica ma non per questo la meno pericolosa. I filosofi, questi tizi che vanno in giro scalzi e che cadono nei pozzi, sono personaggi a loro modo anche simpatici, con cui magari si passa una serata spensierata (quasi un ossimoro), ma niente di più, con il risultato che la filosofia non solo non viene vista come una disciplina, ma addirittura schernita come un modo di giocare con parole e pensieri, di porsi domande importanti senza avere gli strumenti per rispondere e quindi come dire: un’ allegra perdita di tempo.

Tante cose potrebbero dirsi su questo, la più semplice ed anche la più importante, è che all’aneddoto, alla stravaganza, comunemente non viene riconosciuto il valore che gli spetta.

Socrate, che se ne va in giro dichiarando di non sapere, non è uno svampito che si diverte a disturbare la gente, bensì un uomo capace di mettere continuamente in discussione le sue certezze e quelle degli altri, è quindi l’incarnazione dell’essenza stessa della filosofia. Talete, che cade nel pozzo per guardare la luna, non è solo il distratto che non si accorge del pericolo, è invece colui che ha il coraggio di scegliere una prospettiva altra, l’interno del pozzo appunto, per osservare ciò che tutti vedono. L’aneddoto quindi va studiato, interpretato come qualsiasi altro oggetto filosofico rivelando significati spesso ignorati. E’ qui la scuola e il valore di un adeguato insegnamento della filosofia.

Le questioni ovviamente non si riducono alle tre cui abbiamo affrontato, c’è ancora tanto su cui interrogarsi.

Possiamo allora chiederci: se la filosofia ha tra i suoi obiettivi quello di insegnare a usare la ragione, la logica per meglio dire, ad essere addirittura critici verso essa, perché allora questa disciplina non viene insegnata a tutti? Perché soltanto a qualche fortunato (o sfortunato) che decide di intraprendere certi percorsi di studio?

Una risposta, certo parziale, si trova nei propositi dei riformatori della scuola che hanno visto la filosofia come un insegnamento degno solo per le classi dirigenti del domani. Qui si spiega oltretutto  perché la filosofia, come prevista nei programmi, assomiglia più a una lunga trafila di gesta di uomini probi da eventualmente citare e utilizzare a vantaggio della propria immagine e cultura, che ad un insegnamento dell’analisi e della critica del senso comune.

Di tale questione ci interessano soprattutto le conseguenze nell’opinione pubblica: la filosofia è qualcosa che si può sapere o non sapere, non cambia la vita delle persone e allora chi la sa se la tenga per sé o al massimo la utilizzi per dimostrare la propria superiorità culturale nei luoghi dove gli è concesso.

Lo scopo di questo breviario è di mostrare esattamente l’ opposto di tutto questo: la filosofia non è fatta da certi tizi che prendono il nome di filosofi, quanto piuttosto è filosofo chiunque si occupi di filosofia, e che la filosofia non è un sapere, ma un attività.

La filosofia, diceva qualcuno, è una terapia o una medicina. Qualcosa che aiuta a guarire da certe malattie che noi stessi ci creiamo: pregiudizi, paure, luoghi comuni. La filosofia è una critica quotidiana che possiamo e dobbiamo fare ogni momento della nostra esistenza e non come qualcosa di premeditato (come una qualsiasi attività extra e che richiede una particolare concentrazione), ma come qualcosa di naturale e spontaneo.

La scelta delle voci e dei collaboratori.

Se la filosofia è un’attività quotidiana, essa inizia con la vita e con le domande che spontaneamente ci poniamo durante essa e su di essa. Le voci del breviario sono nate così, quotidianamente e spontaneamente. Partendo da una decina di voci “base” decise a tavolino, abbiamo aumentato il campionario man mano che qualcuno poneva nuovi interrogativi, magari a partire da esperienze personali, che facevano venir meno il progetto iniziale, quello studiato a tavolino appunto, finendo per metterci in crisi sulla questione: “ma esistono voci di base o più importanti di altre?”.

Allora chi è il filosofo che degno di tale nome può avere l’onore di scrivere un breviario in cui si ha quella arroganza di insegnare qualcosa a qualcuno?

Rispondiamo tutti e nessuno.

Nel nostro piccolo diciamo in potenza tutti, e non in atto, non solo per il banale motivo che una scelta andava fatta, ma perché la scelta dei redattori è stata in realtà un auto-scelta: ha scritto il proprio pensiero chiunque abbia avuto voglia di farlo, comprendendo e vivendo lo spirito con cui andava fatto.

Tra i nostri collaboratori ci sono insegnanti e ricercatori, ma anche esperti, amanti della materia e studenti liceali, il cui entusiasmo spesso più che in altri fa mostrare la consapevolezza di questa lezione.

Le voci contenute nel breviario sono disposte in ordine alfabetico, ma invitiamo a leggerle in qualsiasi ordine, cercando la voce che più si adatta al momento particolare che state vivendo. Ad ogni voce si accompagnano citazioni, libri, film e brani musicali che ad essa sono in qualche modo collegati. Il motivo di tale scelta sta nella consapevolezza che la riflessione può nascere da qualsiasi esperienza dovuta ad uno qualsiasi dei sensi.  La nostra viva speranza è che questo breviario non vada a dissipare i vostri dubbi, ma ve ne faccia venire qualcuno in più.

Gianluca Caputo

Salvatore Cortese

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