Filosofi Solidali

Anonimato, complicità e conoscenza condivisa

Anonimato, complicità e conoscenza condivisa

II padrone: “E perché odi i ritratti’?”.

Jacques: “Perché sono cosi poco somiglianti che se per caso avviene d’incontrare gli originali, nemmeno si riconoscono. Raccontatemi i fatti, rendetemi fedelmente i discorsi, e io subito saprò con che uomo ho a che fare. Una parola, un gesto mi hanno talvolta fatto capire di più delle chiacchiere di un’intera città”

(Diderot. “Jacques il fatalista e il suo padrone”)

Anonimato

Correva l’anno 1996 quando iniziai a esplorare i primi mondi della comunicazione virtuale. Erano gli albori delle Internet Relay Chat (IRC), i primi sistemi di comunicazione esclusivamente testuali che mettevano in comunicazione numerosi server sparsi per il mondo, spesso improvvisati e molto spesso fondati da piccole comunità di giovani studenti universitari. Uno dei due server presenti in Italia era proprio a Pisa, presso la facoltà di scienze della comunicazione dell’Università degli Studi.

Avevo già navigato su internet, su uno dei pochi computer pubblici collegati che si potevano trovare in giro. Girava sopra il “vecchio” browser Mosaic e con esso esplorai le magie dei primi tentativi di condivisione del sapere del world wide web, ma non mi passò nemmeno per la testa di aver necessità di un collegamento a internet anche personale, sul computer di casa mia, finché non trovai, su quello stesso computer, un client IRC. Entrato riconobbi sulla destra una colonna con una lista di nomi, alcuni verosimili altri di fantasia e un leggero brivido mi scosse pensando che quelli erano nomi di persone collegate in quel momento, in chissà quale parte del mondo, ma lì, davanti ai miei occhi tutte contemporaneamente. Da questa lista di nomi ne scelsi uno a caso e scrissi, non sapendo che dire, un messaggio molto semplice (“ciao”); pochi secondi dopo arrivò una risposta che mi aprì le frontiere della mente: “ciao, chi sei?”. Uscito di corsa da quel luogo, mi recai al primo internet provider che trovai: dovevo assolutamente avere anche io quella meraviglia con la quale ogni barriera della comunicazione sembrava essersi definitivamente abbattuta!

Certo i primi tempi si aveva la netta sensazione di essere dei pionieri perché i canali, quegli stessi canali nei quali adesso non si riesce ad entrare per quanto sono affollati, erano miserabilmente semi-deserti e non era raro costruire una “compagnia” di amicizie, il “gruppo” comunemente inteso, nel quale però c’era quasi sempre una componente nuova, rispetto alla realtà: la propria persona era spesso costruita ad hoc, e quasi mai corrispondeva alla propria reale persona, sia fìsica che socialmente riconosciuta. Volutamente non ho detto psicologica, perché da questa considerazione prende le mosse questa mini-analisi della comunicazione virtuale.

Non era raro avere anche più di un alter-ego in altrettanti (ma a volte anche nello stesso) gruppi di amici “virtuali”. A volte ci si scatenava in veri e propri giochi di ruolo-reali e se all’inizio per puro divertimento, in seguito divenne quasi un morboso bisogno di fare “esperimenti” sconsiderati sulla natura umana, sulla sua psicologia, sulle potenzialità di questo nuovo mezzo di comunicazione: si poteva scegliere di essere un uomo, una donna, un professore universitario come un teppista della strada; si poteva essere una ragazza o il suo fidanzato geloso, o entrambe contemporaneamente; un artista presuntuoso ma sconosciuto o il gruppo dei fan che lo adorano, o tutte le persone insieme; un giornalista a caccia di scoop o il navigante solitario che viene intervistato e portato agli onori della cronaca, o entrambe le persone contemporaneamente…

Dopo circa due anni, alla fine del 1998, successe finalmente qualcosa che avrebbe fatto capire che tutto questo era molto più di un gioco, di un enorme gioco di ruolo su scala planetaria. Insieme ad un collega (all’epoca lavoravo nel campo dei fumetti, di carta!) mettemmo nella home page del nostro sito un disegno, un semplice disegno raffigurante una ragazza, il cui autore le dette il nome di Claudia. Il disegno era altresì firmato con il nome, maschile, dell’autore. Nonostante questo, dopo qualche giorno, con nostro stesso stupore, arrivò una email al nostro studio che partiva all’incirca così: “Cara Claudia….”!

L’aspettativa di una comunicazione aveva superato la comunicazione stessa.

Le chat nel frattempo erano diventate qualcosa di pubblico dominio, i collegamenti internet praticamente in ogni casa o comunque accessibili ai più e fu per noi l’inizio di un gioco che avrebbe di li a poco portato anche la scoperta di un nuovo business. Un business legato allo semplice ma determinante scoperta che se la comunicazione in rete stava cambiando i rapporti umani, la percezione dell’altro e della comunicazione che se ne poteva scaturire, di conseguenza cambiava anche il linguaggio o comunque esso si specializzava in categorie tutte da scoprire e da sfruttare: dalla creazione di personaggi virtuali spacciati per reali alle web-fiction.

Per chiudere la parentesi storica dirò che attualmente il mio nome è Giada, vivo tra Bologna e Milano, sono studentessa e scrivo un blog (un diario interattivo su internet) nel quale racconto dei miei incontri “vissuti” i quali, periodicamente, vengono realizzati in cartoni animati: il tutto, questa volta, con uno sponsor che ha capito la potenzialità del mezzo e della facile presa che ha questo tipo di comunicazione.

Ma quali sono le potenzialità di questo mezzo, quelle peculiarità che ne fanno uno strumento diverso da tutti gli altri?

La prima caratteristica di questo “gioco di ruolo” è certamente l’anonimato. Parlare in chat o scrivere su di un forum o in un blog garantisce che l’altro, il destinatario della comunicazione, non ha altra informazione su di noi che ciò che noi stessi scriviamo. Questo non significa necessariamente che esso saprà di noi ciò che noi scegliamo di essere in modo deterministico e immediato, ma che esso filtrerà la nostra personalità attraverso un punto di vista da “buco della serratura”, avendo cioè a disposizione solo una “parte” della nostra realtà: il senso di ciò che scriviamo, ma non già il suo significato. Opererà su di noi una operazione simile a quella che gli storici fanno quando analizzano i cosiddetti “falsi storici”, i quali sono falsi si, nel contesto in cui sono collocati storicamente, ma sono certamente veri in quanto sono depositari del tentativo di una comunicazione che ha un significato da decifrare. L’unica differenza è che in questo nuovo contesto colui che decifra è la stessa persona del destinatario di quel “falso” .

L’anonimato è però non meno garantito in entrambi i sensi. Il che significa che, in quanto ricevente, se sono costretto a decifrare un falso che mi arriva, allo stesso tempo la mia risposta non è deterministicamente e realisticamente valutabile dal mittente del messaggio, il che spesso provoca un corto circuito in cui si scopre che l’oggetto della comunicazione non è il suo denotato stretto, cioè ciò di cui si parla, ma il perché e il come se ne parla. Si dice che in un gioco di ruolo non si impersona chi si è veramente ma solo chi si vorrebbe essere, il che mostra, forse, proprio ciò chi siamo veramente. Allo stesso modo questo meccanismo funziona, e anche meglio, in rete. La possibilità di essere ciò che veramente ci sentiamo di essere, con tutte le nostre sfumature e sfaccettature, con tutti gli alti e i bassi dell’umore, con le modifiche dei vari contesti in cui ci troviamo a parlare di noi, con la flessibilità di tutte le nostre personalità, è ciò che veramente interessa sia il mittente che il destinatario. In questo senso (ma non solo in questo) l’aspettativa di una comunicazione supera il significato di ciò che vogliamo dire.

Vedere un disegno e cercare di comunicare con lui per poter parlare di sé, o di come si vorrebbe essere in rapporto a ciò che vediamo in quel disegno, e certamente più forte della consapevolezza di vedere o non voler vedere che quel disegno è opera di una persona che con il destinatario virtuale non ha niente a che vedere.

Si innesca in questo senso uno scambio di esperienze che non sono esperienze vere, ma loro surrogati. Il mittente di una comunicazione virtuale non parla necessariamente di un vissuto ma della “sua” realtà contestuale al senso per cui sta parlando in modo anonimo e soprattutto senza sapere esattamente con chi parla, e diventa per ciò autoreferenziale.

Scrive Cooley già nel 1902: “Il sentimento che ho verso di me dipende da quel che penso che tu pensi di me…”. Ovvero una sorta di antesignano della teoria del confronto sociale (theory of social compariston processes) formulata da Leon Festinger nel 1954. Una teoria fin troppo ampia, per quelli che sono i nostri propositi attuali, ma che applicati alle comunicazioni virtuali ci danno una chiave di lettura sicuramente interessante: ho sempre bisogno di confrontare la mia esperienza con quella che leggo all’interno del gruppo in cui pratico il mio vissuto per avere un’opinione di me, per sapere come collocarmi all’interno del gruppo stesso, per sapere i miei limiti e quanto sono capace; ma questo confronto, rapportato al “vissuto virtuale surrogato” di una chat, ad esempio, cosa diventa? L’esperienza non è più reale, abbiamo detto, ed il confronto sarà allora non più con un “altro-da-me” ma con un “me-stesso-che-si-fa-altro”. Questi miei limiti, il mio ruolo e la mia opinione di me stesso non verranno più quindi da un confronto reale, ma da ciò che pone questo me-stesso in rapporto alla comunicazione che cerca, e crea, lui stesso con un “non-importa-chi”, ed in confronto serve solo a confermarli.

Un gioco inventato per questo secondo personaggio virtuale che ho citato, Giada, verte proprio su questo pseudo-confronto-surrogato che ha dimostrato di riportare un notevole successo: alla fine di ogni cartone animato che ha raccontato la mia (di Giada) tragica giornata, a seguito di un incontro con l’altro sesso andato male, si invitano i naviganti a fare un test per vedere chi invece tra gli avventori sarebbe stato in grado di conquistare il personaggio virtuale in questione. Tutto è palesemente, dichiaratamente falso, eppure ogni giorno decine di persone si cimentano in questa difficile prova come se stessero davvero misurando le loro capacità nel relazionarsi con una ragazza che, finta o no, loro “conoscono”, e la conoscono perché leggono quello che scrive e quello che fa e quindi la sua esperienza surrogato è in ogni modo un’esperienza con cui confrontarsi. Si aspettano che dall’altra parte della comunicazione ci sia quello che il loro “se-stesso” han creato e non importa chi c’è davvero: il proprio io virtuale ha già preso forma e sta già comunicando.

Complicità

La seconda condizione perché tutto funzioni (la prima era l’anonimato) è l’uscita dal sé: senza di essa nessuna comunicazione è davvero possibile, figuriamoci laddove non c’è conoscenza diretta tra i due comunicanti, laddove qualsiasi principio di autorità viene meno. Non si da seduzione, scrive Anselmo Grotti, senza l’iniziativa del seduttore e complicità del sedotto. L’anonimato è condizione necessaria e da accettare per  poter  condividere   il   gioco   del   nostro   porsi   in   rapporto   all’altro,   e   questa condivisione  deve   essere  totale   affinché   sia  veicolo   anche   di   informazione   e conoscenza, oltre che di “alienazione”.

Ma se veniamo meno dell’autorità del mittente e della verità del significato del messaggio è davvero possibile una condivisione di saperi e un aumento di conoscenza?

I filosofi si sono da sempre interessati ai fenomeni linguistici e per alcuni il linguaggio non è stato un problema tra i tanti, ma il problema, il campo di riflessione principale all’interno del quale nascono tutti gli altri. Attraverso l’uso del linguaggio nasce o perlomeno passa tutta la conoscenza. Se ci chiediamo se anche all’interno di una comunicazione virtuale, pseudo-empirica e anonima passa conoscenza dobbiamo farlo sempre all’interno del linguaggio usato e dei limiti che questo linguaggio ha nell’uso del mezzo specifico. Parlare di linguaggio e dei suoi limiti permette di mostrare la filosofia per ciò che essa è: non contenuti ma pura forma la cui utilità va al di là della natura del linguaggio: il suo compito è chiarirlo perché il suo compito è, appunto, dare fondamento alla conoscenza di ciò di cui parliamo.

La provocazione del nichilismo di Gorgia non è per questo banale come a volte si tenta di far credere, perché per primo mette in campo un concetto fondamentale e cioè che il significato è intrinseco nella forma, nel mezzo e nel contesto che scegliamo di utilizzare. Ci si chiede allora: è possibile comunicare un messaggio in modo oggettivo a prescindere dal mezzo usato?

E’ assai palese che la percezione di un contenuto è sempre modificata e influenzata dalla forma con cui è rappresentato. Da sempre si è cercato quindi di costruire linguaggi artificiali in grado di essere il più possibile neutrali rispetto al modo con comunicavano i contenuti (a prescindere dagli stessi contenuti!). Controllare un linguaggio, si diceva, è controllare il mondo.

Di contro, soprattutto negli ultimi decenni, l’aumentare dei mezzi di comunicazione (sia verticali e di massa che orizzontali) ha prodotto una moltiplicazione tale di linguaggi e spazi di saperi da controllare che il problema non può non essersi spostato sull’analisi dei linguaggi naturali, soprattutto in tutte le nuove forme in cui si rappresenta. Se negli anni 80 c’era la paura del Grande Fratello, adesso c’è la paura opposta: l’overdose di milioni di piccoli fratelli, e la paura nasce dal difficoltà nel saperli controllare. Il sapere, o i saperi, sono tanti, sfuggenti, moltiplicanti. Spesso surrogati, virtuali e privi di una apparente verità oggettiva. Ma la verità è pur sempre in rapporto a qualcosa, ad un parametro di riferimento.

Un enunciato è vero se può essere fatto corrispondere (attraverso dei parametri convenzionali di chi pronuncia l’enunciato e di chi ne è fruitore) ad un qualcosa all’interno di una realtà condivisa. Nessuno può negare che questo avviene benissimo anche  quando  le  parti   in  causa non  fanno  parte  di   quella  realtà  vissuta  a  cui comunemente ci riferiamo, ma quando, all’interno di un sistema anonimo e virtuale, gli enunciati trovano riscontro non nella fisicità dei soggetti che in quel momento non fanno parte di nessuna realtà (in quanto appunto non condivisa) ma di una nuova realtà, creata ad hoc. Il mezzo non è secondario alla creazione di questa realtà.

“Il mezzo è il messaggio”, diceva il sociologo americano Marshall McLuhan, ma è anche il “mondo condiviso” nel quale gli enunciati trovano corrispondenza e valore di verità, e laddove esiste una corrispondenza tra enunciati (linguaggio), realtà (mondo condiviso) e pensiero e laddove esiste la possibilità di comunicare attraverso questo linguaggio l’esperienza (surrogata) di questa realtà, allora là, nessuno potrà mettere in dubbio, esiste anche la conoscenza.

Conoscenza condivisa

Cosa occorre dunque per trasmettere conoscenza? Un mondo condiviso, complicità e seduzione e, non ultimo, un linguaggio condiviso. Un altro aspetto degno di nota di questo mondo che passa attraverso le linee del telefono è come il linguaggio stesso sia stato modificato, sull’ordine dello stesso principio: se il linguaggio è il suo uso, un uso condiviso all’interno di un certo contesto fa sì che quello sia il suo vero linguaggio, non una sua semplice modificazione.

Con un approccio filosofico e meta-linguistico abbiamo passato tutti gli anni ’90 a studiare come i mezzi di comunicazione, soprattutto i nuovo mezzi di comunicazione tecnologici, hanno modificato il nostro linguaggio, e quindi non solo la percezione del contenuto del linguaggio, ma il contenuto stesso; oggi possiamo smettere di stupirci e provare ad adottare un atteggiamento nel confronto dei media, in quanto essi non hanno semplicemente cambiato il nostro linguaggio, ma sono il nostro linguaggio. Nessuna rivoluzione: la lingua semplicemente muta a seconda del contesto in cui viene usata il che non esclude la convivenza a strati e livelli differenti, anche di mondi condivisi diversi (reale, surrogato, virtuale, fantastico, etc).

Come spiega Paolo Zocchi di Unarete (intervista su Repubblica, 7 giugno 2004): “Il linguaggio che si è formato è lo specchio di questa realtà destrutturata che si è creata. Nella rete si cerca una identità, una rappresentazione virtuale di sé che possa durare anche domani. La rete diventa una sorta di diario personale, un diario segreto non più segreto in cui mettere frammenti della propria vita”.

Il blog, il forum, le chat, le mailing list, le home page personali sono tutti strumenti che la tecnologia mette a disposizione, perché questo fa la tecnologia: crea gli strumenti, non il linguaggio. Il linguaggio è infatti quello che nasce dall’uso di questi strumenti e che attraverso di essi viene condiviso, insieme ai contenuti della comunicazione messa in atto.

Assistiamo ad un dibattito pubblico. Da una qualche autorità designata per l’occasione viene dato il compito di decidere il tema o l’oggetto della discussione e a persone più o meno illustri sul tema in questione è dato l’onore di introdurlo per la cittadinanza intervenuta (e quindi interessata a ciò che ci si aspetta che venga discusso). Alla fine dell’introduzione viene data la facoltà di parlare a chiunque lo richieda per esporre il suo pensiero (che comunque dovrà tener conto del parere dell’esperto testé illustrato che in un qualche modo, positivo o negativo avrà viziato tutta la discussione). Chi ha la facoltà di seguire uno di questi dibattiti dalla parte del palco (già di per sé un serio ostacolo alla libera circolazione orizzontale delle idee) noterà quasi sempre un senso di disorientamento nei volti dei partecipanti “occasionali” che a destra e sinistra cercano qualcuno disposto a prendere la parola per parlare, in un certo senso, a nome di tutti coloro che stanno dalla parte opposta al palco stesso. Ci si sente meno a disagio in un dibattito pubblico quando c’è qualcuno che prende la parola: non ci si sente più l’obbligo di parlare perché qualcuno lo ha fatto al posto nostro.

E’ certamente una forzatura ideologica, questa che ho appena descritto, perché viene da sé che in un dibattito reale, concreto, fatto di persone, ci sono necessariamente delle barriere architettoniche e formali di cui tenere conto. Fatto sta che una circolazione di idee di questo tipo non sarà mai realmente orizzontale, e questo per almeno tre motivi: la disposizione dei partecipanti è quasi sempre contrapposta (da una parte le autorità competenti, dall’altra il pubblico generico); l’ordine degli interventi fa si che il primo che parla è sempre quell’autorità che detta le fila del dibattito (il primo che interviene, l’autorità, pone il problema nei modi in cui egli ha deciso e che influenzerà tutta la discussione); i tempi non sono spontanei ma decisi a priori da chi ha interesse che quel dibattito sia fatto in un certo momento e in un certo luogo piuttosto che in un altro (chi convoca il dibattito? Quando lo fa? Attende le necessità di chi per farlo?). Senza tenere conto che in un dibattito dal vivo chi è chiamato, come pubblico, a esporre le proprie idee spesso sa di poterlo fare solo in presenza di autorità che possono sempre dimostrare di saperne più di lui (non necessariamente saperne davvero) o di avere comunque su di lui l’ultima parola.

Assistiamo invece ad un dibattito virtuale.

Che questo avvenga in una chat room, come in un blog, un forum (che sarebbe, ma non necessariamente,  il suo posto ideale) o una mailing list poco importa: chiunque può convocarlo. Se si tratta di una mailing list è sufficiente entrare in una “lista” già costruita sulla materia di cui fa parte l’argomento che ci sta a cuore (ce ne sono decine di migliaia, in tutte le lingue) o farne una ad hoc. Lo stesso vale per qualsiasi strumento che il web offre: si entra e si parla: nessuno deve darci il luogo, nessuno deve darci la parola e soprattutto nessuno ci da il tempo; comunichiamo come e quando ne abbiamo voglia.

Il fattore tempo crea una speciale “distorsione” all’interno della comunicazione virtuale che merita di essere accennata. La comunicazione on line deve sicuramente gran parte del suo successo alla velocità di trasmissione (spedire una email, oltre a costare poco, è certo meno impegnativa di scrivere una lettera da imbustare e affrancare e arriva molto prima, cioè subito). Sembrerebbe quasi che anche la comunicazione dovesse necessariamente adattarsi a questa velocità. “Paradossalmente” spesso avviene proprio il contrario: la velocità di trasmissione ha incentivato solo la frequenza della comunicazione moltiplicando anche mittenti e destinatari, mentre non ha toccato (non più di quanto faccia lo scambio di opinioni al bar o in contesti “reali” la quantità di tempo a disposizione degli interlocutori) la qualità della comunicazione che passa. Al di là delle chat room che sono in tempo reale (ma nelle quali comunque si ha una percezione del tempo diversa dalla realtà: si chatta con più persone contemporaneamente e mentre si fanno altre cose, per cui non ci si scandalizza se ad una domanda ci viene risposto dopo molti minuti se l’altra persona aveva da fare o addirittura ha voluto pensare prima di rispondere), tutti gli strumenti del dibattito virtuale sono in modalità “differita”. Si ha il tempo di riflettere, di leggere e rileggere con attenzione tutto quello che è stato scritto prima di noi ed, eventualmente, rispondere.

Sul web esiste un termine specifico per indicare una persona che legge le opinioni degli altri ma che non partecipa attivamente: si chiama “lurker”, il “guardone”, o “spione”. È una accezione non necessariamente negativa come si potrebbe pensare, perché se è certo vero che una persona che non partecipa ad un dibattito poco fa perché esso si arricchisca e si mantenga sempre vivo, è altrettanto vero che il guardone fa due cose sono con la sua presenza altrettanto importanti: lascia comunque una traccia del suo passaggio, segno che il dibattito è seguito con più o meno interesse; ma soprattutto prova il fatto che ci sono informazioni in giro alle quali chiunque può accedere, in qualsiasi momento e senza doversi compromettere, fisicamente, economicamente e anche politicamente. Anche questo è un aspetto della conoscenza confivisa.

C’è un motto o una espressione che si sente dire sempre più spesso, anche in “normali famiglie” fatte di persone che fino a pochi anni fa vedevano il computer in casa come un costoso giocattolone. Una espressione che a volte sa quasi di formula magica, di risolvi-problemi definitivo: “proviamo a guardare su internet”. Devo cambiare l’assetto della mia golf, guardiamo su internet, forse qualcuno lo ha già fatto e lascia consigli e ammonimenti; devo cambiare l’acqua al mio acquario, guardiamo su internet sul forum di qualche sito di appassionati; ho voglia di sentire quella canzone di tanti anni fa che ormai nei negozi non si trova più, guardiamo su internet se qualcuno ce l’ha in mp3 e la sta “condividendo”.

Sono esempi, ognuno dei quali apre porte di problemi tutti che varrebbe la pena esaminare in modo specifico ma non è questa la sede appropriata: c’è sicuramente da notare che sta crescendo la percezione che la “grandezza” (sia qualitativa che quantitativa) della rete dipende, e soprattutto, da coloro che la vivono e che, al di fuori anche dei canali ufficiali (presenti anche in rete, ovviamente), sono pronti a condividere tutto della propria “intelligenza”: dalla loro vita privata alle loro conoscenze specifiche, aumentando sempre di più il calderone di questo “intelletto universale”, che chissà chi lo avrebbe potuto immaginare, non si è trovato sopra le nuvole o in un qualsiasi iperuranio, ma lo abbiamo scoperto a scorrere tra i fili del telefono.

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