Filosofi Solidali

Note sul compito di 3fc di 3 maggio

Note sul compito di 3fc di 3 maggio

Il compito verterà principalmente su Aristotele (logica, fisica, metafisica, etica) con qualche confronto con l’ultimo Platone (Parmenide, Sofista e Timeo).

In particolare sarà strutturato in 4 parti:

1. Questionario di 5 domande con risposte brevi.
Le domande saranno del tipo:

– quale parti dell’anima di Aristotele e sue funzioni
– perché la psicologia è una branca della fisica
– descrivi la dottrina delle 4 cause

etc

2. Esercizi di logica

Si chiederà di realizzare un sillogismo su schema proposto e di elaborare su di esso alcuni test logici (quindi imparare bene i rapporti tra concetti e la definizione descritti nella Logica del Concetto e il quadrato aristotelico).

Esempio: Fare un sillogismo sullo schema seguente

MP    E
SM    I
SP     O

Il cui termine medio è anima e la premessa maggiore è una premessa vera della psicologia. Dare quindi una definizione di anima e dire nel quadrato aristotelico quali sono i rapporti tra E, I e O.

3. Questionario con risposte chiuse

Una domanda con risposte a crocette. Del tipo:

La virtù per Aristotele è:

  • Il dialogo
  • Il rispetto del proprio ruolo di fronte allo stato
  • Il rispetto del proprio ruolo di fronte ai cittadini
  • La conoscenza del bene
  • Una deduzione dal principio del bene
  • Una induzione dal principio di non contraddizione

4 Domande serie

UNA domanda con confronto tra Platone e Aristotele. Ad esempio la differenza di Bene o Giustizia tra Platone e Aristotele.

12 commenti

  1. 1) Per Aristotele esistevano tre tipi di anima: vegetativa, presente in tutti gli esseri viventi e adibita alle funzioni fisiologiche; sensibile, presente in animali e uomini e adibita alla percezione della forma di un corpo, al memorizzzarla, al volere e al cercare il corpo in base alla forma memorizzata; intellettiva, presente solo negli uomini e adibita all’ intuire di ogni forma l’ essenza, cioè l’ assenza di materia e quindi una specie di idea platonica che permette di unire tutte le forme simili, edivisa in potenziele, ossia la potenza di estrapolare tutte le essenze, e agente, ossia la capacità di intuire un’ essenza alla volta, e quindi di pensare. Può anche essere pensata come una grande anima fuori dal corpo, e quindi immortale, grazie alle quale l’ anima intellettiva pensa.
    La psicologia è una branca della fisica perchè è lo studio dell’ anima ossia della forma di un corpo che ha la vita in potenza, e che quindi presuppone un movimento, che viene studiato dalla fisica, che studia l’essere in movimento.
    La dottrina della quattro cause spiega le quattro cause del movimento : due intrinseche e statiche, ossia la materia di cui è fatto un oggetto, in cui vi risiede la potenzialità del movimento, e la forma, ossia la forma che prende un oggetto e che quindi è l’ atto del movimento; due estrinseche, cioè la causa efficiente , ovvero il motore che ha causato il movimento, e quella finale, ossia il fine per cui il motore ha fatto il movimento.

    2) Nessuna anima è mortale.
    Alcune piante sono anime.
    Alcune piante sono mortali.
    L’ anima è la forma di un corpo che ha la vita in potenza. Tra E e I vi è un rapporto di contraddittorietà perchè dicono cose in contraddizione. Tra E e O vi è un rapporto di sub-alternità perchè, dato per vero E, I è vero, ma vicevarsa non lo sappiamo. Tra I e O vi è un rapporto di sub- contarietà perchè dicono cose contarie, ma, dato per vero uno, nonb sappiamo se è vero anche l’ altro e viceversa.

    3) La virtù per Aristotele è una deduzione dal principio del bene ( agire secondo i principi).

    4) Per Aristotele il bene è il bene in sè ossia la felicità, per Platone è realizzare sè stessi facendo realizzare gli altri. Per Aristotele la felicità è il conoscere la propria volontà, per Platone è realizzarla.

  2. Forse ho trovato la risposta : noi potremmo anche essere sempre felici, ma non rendercene conto, e, però, denominare questo stato come “felicità”, e, conscendo essere e non essere, denominare tutto ciò che non è questo stato l’ infelicità. Infatti comunemente denomiano “infelicità” l’assenza di felicità, e non viceversa. Detto questo se fossimo sempre felici, noi non potremmo pensare all’ infelicità, in quanto non solo non sarebbe nello stato corrente, ma non sarebbe proprio, quindi non potremmo parlarne, essendo il nulla. Quindi sarebbe solo un’ errore di denominazione, e l’ infelicità sarebbe solo il nulla.

  3. La risposta, esagerato, UNA risposta 🙂 Se la felicità non può essere nominata cade il presupposto iniziale: cioè il sapere cosa essa sia. Diventa un po’ il tempo di Agostino: se non mi chiedo cos’è, so di cosa si parla, se me lo chiedo non lo so più… Per poterne parlare, anche negativamente, come assenza, dovrei prima sapere cos’è…
    Comunque sono contento (non felice) perché questa mattina credo abbiamo detto delle cose interessanti e alla fine quello che conta non è arrivare ad una soluzione ma a delle idee condivise, almeno una su tutte: che qualsiasi idea, anche quella di cui apparentemente non si può parlare, può essere condivisa…

  4. Però potrebbe esserci un errore di base : noi abbiamo considerato la felicità come proveniente dal tutto, ossia come direbbe Parmenide dal non essere. Questo stona un po’. Se così non fosse allora la felicità potrebbe provenire o dal nulla, e allora non esisterebbe e tutto sarebbe una sola apparenza, ritornando al problema dell’ altro giorno, cosa impossibile perchè la felicità avevamo dimostrato che esiste; oppure dall’ essere, ossia da un’ altra dimensione (Paradiso, Iperuranio ecc…) che in questo caso esisterebbe in quanto sede delle cose che proviamo ( e sede anche della stasticità, che noi non abbiamo mai visto ma che conosciamo). A questo punto la felicità starebbe proprio nel pensare a questa dimensione, e la felicità provenienta dal tutto sarebbe solo un’ imperfezione. Lo so che non è molto filosofico, però aprirsi al paranormale/straordinario è giusto, in quanto anche non credere che esista qualcosa di sovrannaturale è anche questo una credenza.

  5. “felicità come proveniente dal tutto” è una affermazione di cui non colgo il significato… la felicità è una “cosa”, una sostanza? Oppure per “proveniente dal tutto” intende come reazione di un soggetto nei confronti del tutto? Reazione che non sarà allora sensibile ma soltanto mentale. In questo caso il tutto è una esperienza unicamente soggettiva (giacché il tutto pensato è ben altra cosa dal tutto reale).
    Quindi d’accordo con la sua conclusione che la felicità può essere pensata come capacità di un soggetto di relazionarsi ad una realtà soltanto immaginata ma creduta reale (e credere è rendere vero).

  6. Volevo dire la seconda.

  7. Ho trovato una risoluzione al problema della volonta nello Stoicismo : abbiamo detto che per Zenone riprende la fisica da Aristotele, per cui la realtà è sinolo, ossia materia e forma, nella quale forma vi è in sè la causa finale . Però se anche un oggetto per assurdo non si muovesse la sua forma non sarebbe la fine ma la conseguenza di un’ azione precedente. Considerando ora che tutto si muove l’ ipotesi che nella forma ci sia la causa finale crolla del tutto, poichè sarebbe perfettamente inutile se non c’è un fine statico. Considerando anche il fatto che la forma è un confine, e che è l’ uomo o chiunque abbia una mente a porre confini, si può evincere che la causa finale stia proprio nell’ intelletto quando pone confini, e quindi quando crea una forma che per lui è duratura ( in quanto non sempre ha presente il concetto del panta rei) . Lo può fare con libertà perchè è il logos a farlo scegliere il fine migliore.

  8. Forse era meglio aprire un thread sul forum, ma ok, ormai parliamone qua.
    Chiariamo intanto che per Zenone non si ha il sinolo di Aristotele, lo abbiamo usato come esempio, ma comunque il problema non cambia. Zenone crede infatti in una sorta di panteismo cosmico composto di due elementi, la materia e la forma.
    In questo contesto quindi non ha molto senso di parlare di singolo oggetti dotati di una propria volontà e un proprio fine a prescindere del fine cosmico. Ogni ente, appartenente al tutto, è necessariamente quel che nel tutto si mostra in accordo al fine ultimo insito nella forma dell’universo.
    A prescindere da questo, comunque, quello che dice ha senso, non per lo stoicismo, ma in generale nella definizione di forma come confine e come tale determinabile dall’intelletto. Quindi applicando una sorta di sillogismo: la forma è il fine e il confine, l’intelletto determina confini, quindi forme, quindi fini. Lei è dunque della scuola che stabilisce che la volontà si trovi nell’intelletto e non nel corpo. Non approvo ma riconosco la bontà dell’argomentazione.

  9. Avrei due domande . 1) Agostino per dimostrare che il peccato originale era determinante introduce la trasmissione dell’ anima da padre in figlio. In che modo ? Come fa un’ anima a trasmettersi da un corpo all’ altro pur rimanendo nel corpo precedente ? 2) L’ altro giorno stavamo parlando dell’ Illuminismo a storia ( si, finalmente ci siamo arrivati !) e stavamo dicendo che ogni cosa deve essere vagliata dalla ragione. Allora ho detto al professore che anche la ragione dovrebbe essere vagliata dalla ragione . Lui non mi ha spiegato molto ma mi ha accennato alla “Critica della ragion pura” di Kant. Premettendo che non ne so nulla, come può la ragione vagliare la ragione se non è stata vagliata a sua volta dalla ragione, che a sua volta dovrà essere stata vagliata dalla ragione, e così via ?

  10. 1) Se sta parlando, come immagino del Traducianesimo, l’anima non si trasmette nel senso che si trasferisce dal padre al figlio, ma semplicemente che l’anima del figlio nasce dall’unione dei genitori (padre e madre).
    2) Si intende che la Ragione vaglia se stessa.. non da “altra” ragione (che concettualmente sarebbe la stessa). La Ragione indaga se stessa nelle sue possibilità, nelle sue forme… ma per questo abbia pazienza e aspetti Kant 🙂

  11. Vorrei chiederle una cosa : l’ altro giorno mi sono focalizzato sul tempo, e, in particolare, sull’ orologio, notando che l’ orologio non può “stare dietro” al tempo, perchè, prima o poi, rimmarrà indietro, e questo vale per qualsiasi orologio. Allora mi sono chiesto se esista il tempo, visto che il mondo non riesce a stargli dietro : la mia risposta è stata positiva, per chè una misura esiste indipendentemente da uno strumento che la misuri. Ma che senso ha misurare il tempo, e in generale il tutto, se non riusciamo ad avere misure precise ?

  12. L’esistenza di qualcosa credo sia indipendente dalla capacità di misurarlo (come un orologio), ma il tempo stesso può essere inteso come unità di misura e non come “oggetto” da misurare… alla fine il tempo è una parola che ha come “significato” la nostra percezione dello scorrere degli eventi (senza i quali il tempo stesso non esiste nemmeno come concetto). Il senso del tempo sta nel nostro bisogno quindi di dare un significato a questa percezione (al di là delle misurazione più o meno “precisa”). Poco senso credo invece abbia porsi il problemi di cosa SIA il tempo al di là di questa percezione (se esso dunque sia qualcosa o solo un concetto).

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