Filosofi Solidali

Un Platone che non ti aspetti

Un Platone che non ti aspetti

Alcuni problemi platonici affrontati da Agnese di Riccio.

1) A Platone sembrano piacere molto le cose che stanno in “mezzo”: l’anima, l’amore, il demiurgo, il filosofo.

L’anima, l’amore, il Demiurgo e il filosofo sembrano stare a metà tra la possibilità di conoscere le idee e la consapevolezza di non possedere questo sapere. Come sosteneva Socrate, “sapere di non sapere” è la base, il fondamento della conoscenza.

Il  filosofo è colui che sa di non conoscere le idee, è consapevole della propria mancanza e mira a completarsi, raggiungere l’oggetto del desiderio (la privazione è causa di dolore). Così come il filosofo non può smettere di ricercare il sapere (spinto dall’amore intellettuale per le idee), l’anima , il Demiurgo all’interno di ciascuno di noi, non può fare a meno di perseguire l’ordine, il disegno contemplato nel mondo delle idee. Poiché il mondo sensibile, soggetto a mutamento, non potrà mai uniformarsi al mondo ideale  l’anima continuerà necessariamente a plasmarlo.

Sempre come sostenuto da Socrate, una volta conosciuto, il bene non si può non applicare. Il filosofo sa che è un bene ricercare il sapere, l’anima ha contemplato il bene, i rapporti eterni tra le idee. E’  il bene stesso che ci impone di perseguire ciò che possiamo conoscere ma di cui sappiamo essere privi.

2) Sul rapporto tra l’anima dell’individuo e la sua felicità, e tra l’anima della città e la felicità dello stato. Quando l’individuo è felice? Quale la virtù o le virtù che lo rendono tale? E’ necessario che tutti abbiano questa o queste virtù? Chi non ce l’ha o non sa usarla si può correggere? Se si, in che modo?

L’individuo è all’incessante ricerca di equilibrio interno( dramma umano). Una delle tre parti dell’anima (RAZIONALE, EROICA, CONCUPISCIBILE) che concorrono alla sopravvivenza del corpo, potrebbe prevalere eccessivamente sulle altre. Un uomo è felice quando tutte le funzioni dell’anima sono in equilibrio ma, poiché questo equilibrio è instabile, è necessario che l’uomo si riunisca in società: ricerca negli altri individui la parte mancante, ciò di cui sa essere privo. Ciò implica, tuttavia, la conoscenza di sé: un uomo, se consapevole della propria natura, riconosce il proprio stato di privazione. La felicità è dovuta quindi a un doppio equilibrio: l’uomo deve conoscere la propria natura e rispettarla, seguire l’inclinazione della propria anima, per realizzarla e ciò è possibile solo nello Stato ,con l’appoggio degli altri individui. Possiamo infatti considerare lo Stato come una grande anima (ad esempio, tutti coloro che sono dotati di anima eroica costituiranno l’anima eroica dello stato).

Una delle virtù dei cittadini dello Stato ideale è la temperanza: ciascuno accetta e rispetta il proprio ruolo. Chi sa di non essere adatto a fare leggi, sa che è un bene (per la propria felicità) che sia qualcun altro a promulgarle. E’ difficile conoscere sé stessi: se gli individui non sono consapevoli della propria natura lo Stato degenera, si allontana dal modello. Come la felicità dell’individuo consiste nella realizzazione/conoscenza  del proprio ruolo (inclinazione), così quella dello Stato è realizzata se ognuno è consapevole della propria natura e concorre al mantenimento dell’ordine dello Stato nel tempo.

Platone proponeva l’istruzione come  soluzione all’ignoranza dei cittadini: il miglior modo  per lo Stato di conservarsi il più possibile simile al modello è rendere ognuno consapevole del proprio posto.

Come sosteneva Socrate, attraverso il dialogo (quindi con l’appoggio degli altri uomini) mettiamo in comune esperienze cercando concetti: ciò ci permette di conoscere noi stessi (l’uomo può perciò realizzare la propria natura unicamente all’interno dello Stato).

E’ necessario, inoltre, che vi siano leggi giuste: i legislatori devono preoccuparsi di far rispettare le leggi anche a coloro che non vi riconoscono il bene: ne va della felicità, della realizzazione, della grande anima dello Stato. Come sosteneva Socrate, occorre conoscere sé stessi per ricercare il bene. Per Platone, il filosofo è colui che ricerca i concetti (il sapere) al fine dell’applicazione pratica nelle leggi.

3) Con il Parmenide e il Sofista si compie in Platone il definitivo superamento di Parmenide (il cosiddetto parricidio).

Nel Sofista, Platone riflette sui problemi del descrivere un’idea con un’altra idea. Riesce a superare il problema ma, per farlo, deve “uccidere” Parmenide.  Ogni volta che esprimo un giudizio esprimo un’unità ( i rapporti tra le idee sono alla base della conoscenza, è necessario che ci siano); i possibili rapporti che possono presentarsi tra il soggetto e ciò che predico di esso sono 3: il predicato appartiene sempre al soggetto, non  vi appartiene mai, a volte vi appartiene a volte no. I primi due casi non possono presentarsi, potrei attribuire a un idea tutto e niente, gli oggetti del mondo sensibile sarebbero indistinti e quindi, per assolvere alla propria funzione, le idee devono necessariamente poter essere messe in relazione. Le idee possono essere pensate in primo  luogo perché esistono, tutte sono essere. Ma se potessi giudicarle unicamente per la loro esistenza, tutto sarebbe indistinto, le idee non servirebbero a cogliere le differenze del mondo sensibile (tutto appartiene all’essere, tutto è identico).

E’ necessario, perciò, che possa giudicare le idee anche per la loro diversità. Parmenide non sarebbe d’accordo: come si può dell’essere predicare il diverso? E’ come ammettere l’esistenza del non-essere. In realtà, non bisogna confondere il non essere con il diverso: le idee sono soltanto modi diversi di pensare l’essere ed è necessario che sia così affinché assolvano alla loro funzione.

Posso giudicare le idee in tre diverse categorie: se le penso in quanto essere sono tutte identiche, tutte sostanza. Se le penso per la loro diversità, le idee sono modi diversi di pensare l’essere (è necessario che sia così, che le idee  siano molteplici). Le idee devono, inoltre, essere identiche a sé stesse (se fossero mutevoli non potrei considerarle modelli, punti di riferimento) per essere, nel contempo, eternamente diverse tra loro. In questo consiste sostanzialmente il superamento di Parmenide.

I problemi trattati nel “Parmenide” rimarranno invece irrisolti: Mimesi e Metessi  sembrano essere descrizioni sbagliate del rapporto esistente tra idee e copie, portano a contraddizioni. Non si discute l’esistenza di tale rapporto (sono in grado di riconoscere il modello guardando la copia, penso per categorie distinte) ma del come lo si descrive.

Per quanto riguarda la Mimesi, se tra una copia e un’idea esiste unicamente un rapporto di somiglianza (gli oggetti sensibili somigliano in quanto copie della stessa idea) potrò sempre trovare un modello più generale della copia ma più particolare dell’idea finale. Se tra la copia e il modello finale esistono infinite gradazioni, se riferirmi a un’ idea piuttosto che a un’altra nell’esprimere un giudizio è arbitrario, cade l’utilità delle idee. Avere infiniti modelli a cui riferirsi, infatti, è come non avere alcun modello (PROBLEMA DEL TERZO UOMO).

Per quanto riguarda la Metessi, se una copia partecipa, ha in sé qualcosa del modello che ci permette di riconoscerla, quanto partecipa? Se partecipa totalmente, gli oggetti di tale categoria saranno indistinguibili; se partecipa solo in parte, ciascuna copia potrebbe partecipare a un livello di gradazione diverso: è come moltiplicare il numero delle idee per gli oggetti sensibili, non sono più unità del molteplice e non mi permettono di dire niente del mondo. E’ necessario che esistano rapporti tra idee e copie: le idee servono a trovare giudizi necessari per descrivere le copie. Significa che Mimesi e Metessi sono descrizioni sbagliate.

4) La religione astrale dell’ultimo Platone è meno distante di quanto sembra dalla precedente riflessione filosofica. Rifletti sul modello ordinato e armonioso di universo che Platone offre nel Timeo, e spiega in che senso tale dialogo è in continuità con la Repubblica.

Nel Timeo,  con il mito del Demiurgo, Platone descrive un modello ordinato e armonioso dell’universo basato sulla separazione tra mondo delle idee (COSMOS) e mondo sensibile (brutta copia, imitazione di quello ideale in cui è tuttavia possibile riconoscere qualcosa del mondo puro). Le idee sono stabili, sostanza e, per questo, l’ordine dell’Iperuranio è immutabile, eterno. Nel mondo sensibile c’è il tempo (copia dell’eterno): a causa della resistenza della materia l’ordine delle idee presente nel mondo sensibile è instabile, soggetto a mutamento. Il  Demiurgo è l’anima dell’umanità (siamo tutti copie del Demiurgo) prima della sua realizzazione nei corpi, contempla l’ordine del mondo delle idee e non può fare a meno di realizzarlo nel mondo sensibile. Essendo quest’ultimo soggetto a mutamento,  è compito dell’anima mantenere l’ordine (che essa stessa ha messo nella materia) nel tempo. E’ presente un’attività: il Demiurgo, l’anima realizza nel tempo ciò che conosce del mondo delle idee. Possiamo riscontrare una continuità con la “Repubblica” , in cui Platone esprime la propria concezione di Stato ideale. Lo Stato, per quanto giusto sia, è soggetto a mutamento, non è eterno ma si modifica nel tempo.  Compito dei filosofi ( e di conseguenza compito di ogni altro cittadino facente parte della grande anima dello Stato) è mantenerlo il migliore possibile nel tempo: la giustizia è una ma va adattata, le leggi devono essere sempre conformi all’idea di giustizia. Come il Demiurgo realizza sé stesso (rispetta la propria natura) perseguendo l’ordine del mondo delle idee, così  ogni componente dell’anima dello Stato deve ricercare (dal punto di vista pratico-conoscitivo) il proprio ruolo e realizzarlo nel tempo per la propria felicità e quella degli altri. Tutto ciò si riflette nell’applicazione pratica nelle leggi (devono rispettare l’idea di giustizia).

5) Platone è molto meno lontano dalla visione del mondo occidentale moderna di quanto, ad una prima lettura, può sembrare. Prova a spiegare con parole anche semplici cosa, a tuo avviso, è ancora vivo oggi del pensiero di Platone.

Le scienze, ancora oggi, ricercano le cause necessarie che permettono di parlare degli effetti contingenti. Platone definiva la scienza come lo studio del rapporto esistente tra idee e copie ma le idee non sono altro che le cause del pensiero, ciò che rende possibile distinguere gli oggetti sensibili, pensarli come categorie. Ancora oggi, la ricerca del rapporto tra causa-effetto corrisponde alla necessità di poter affermare qualcosa di necessario sul mondo (verità inconfutabili). I giudizi sono alla base della conoscenza: devo essere in grado di uniformare il molteplice della sensibilità (le conseguenze contingenti), per poter parlare delle cause necessarie.

4 commenti

  1. Vorrei chiederle una cosa . Le idee ( e in perticolare mi riferisco a quelle valore) sono uniche, ma i concetti infiniti, in quanto infinite le capacità di pensare nel tempo ( intendo il fatto che non solo gli uomini ma anche altre creature chissà quando chissà dove possono farlo). Allora si verificherebbe una situazione simile alla mimesi, in cui l’ idea è una, ma i concetti si allontanano mano a mano dall’ idea . Qui l’ idea sarebbe una sensazione di ciò che chiamiamo giustizia, libertà, bene, felicità ecc … e il concetto la situazione in cui questa sensazione viene scaturita. Allora il relativismo sarebbe possibile : come farei io a fare giustamente la giustizia, considerando che tutto sarebbe giustizia ? Platone dà una spiegazione a questo problema ? In fondo nemmeno il Demiurgo lo spiega, poichè essendo copie del Demiurgo si può fare lo stesso discorso di prima .

  2. Indubbiamente le idee sono uniche (altrimenti sarebbero irriconoscibili) ma se per concetti intendiamo in modo di pensarle (quindi nel tempo), allora i concetti sono molteplici (potenzialmente infiniti), certo. E certamente è questo il problema della Mimesi (in cosa sono simili i concetti e la relativa idea che essi pensano?). Esattamente è il problema (non in questi termini, ma il contenuto è lo stesso) posto da Parmenide nel testo omonimo di Platone.
    Questo non toglie che le idee siano uniche ma solo il come stabilire un qualche rapporto tra esse e le relative copie (tra cui, appunto, i concetti pensati).
    Il Demiurgo spiega questo rapporto perché spiega che il rapporto tra idee e concetti è presente nel mondo grazie all’anima (“grande” o “individuale” che sia) che portando con sé i modelli li pensa e li attualizza in uno sforzo e una tensione continua.
    Il relativismo certo che è possibile (altrimenti lo sforzo di Platone nel demolirlo non avrebbe ragione di essere) ma è proprio qui il compito del filosofo, secondo Platone: non abbandonarsi ad esso ma tendere alla ricerca della “Verità” intesa come ricordo dei modelli.
    Possiamo sapere dell’esistenza dei modelli anche senza riuscire a pensarli come concetti? Si, esattamente come sappiamo dell’esistenza della retta senza riuscire a pensarla infinita (giacché il pensiero è finito nel tempo e nello spazio). Come è possibile? Semplicemente perché l’anima contiene il ricordo del modello e lo porta eternamente con sé.

  3. Ho riflettuto sul Simposio. Nel simposio Platone paragona l’ amante al filosofo, i quali vedono la bellezza/sapienza e si mettono a ricercarla. Ho pensato a questo : un amante vede la bellezza, comprende di non possederla e la ricerca fin quando la trova, ma anche se lo fa non sarà mai felice in quanto contemplerà la bellezza, ma non sarà lui. Stessa cosa per il filosofo, che capirà che esiste la sapienza ma che non la possiede ( so di non sapere) la cercherà e, avendola trovata, la conteplerà, ma non sarà mai felice perchè non sarà mai lui la sapienza .

  4. D’accordo su tutto ma non sulle conseguenze relative alla felicità: la felicità è la contemplazione stessa, non si possiede (come una teoria) ma si prova (come una pratica)…

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